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Dopo aver lambito l’altipiano di Sofiana, il Gela si proietta verso Barrafranca/ Mazzarino, attraversando le gole di Ratto. Si tratta di un percorso che il fiume si è scavato nel corso del tempo nella vallata che separa Monte Schinoso da Monte Alzacuda/Alzacudello, delimitato da versanti molto ripidi o a strapiombo, in diverse parti inaccessibili. Le presenze e le suggestioni di questo posto, abbastanza particolare nel panorama archeologico del nostro territorio, sono molte e le ipotesi almeno altrettante. Per cui cercheremo di limitarci ad una descrizione dei manufatti osservati, lasciando a visite successive un maggiore approfondimento.
Seguendo l’andamento del fiume, che presenta andamento da oriente verso occidente, il primo manufatto in cui ci si imbatte è uno sbarramento in malta e pietra alto circa un metro, che devia verso destra il corso dell’acqua. Proprio all’angolo settentrionale sembra esservi un ingrottamento, che l’acqua però non percorre (o non percorre più?) e che rimane solo visibile a distanza. Dietro la piccola diga un tratto di circa una decina di metri di basolato in pietra, che va progressivamente erodendosi per il contatto con l’acqua. Dove l’acqua precipita dall’altezza di circa un metro, attraverso un caduta appositamente realizzata in muratura, si intravede una specie di alloggiamento rettangolare, realizzato con delle grosse basole sulla roccia della riva ed a contatto con l’acqua.
Dove il costone roccioso settentrionale (quello interessato dalle presenze archeologiche) devia verso l’interno in una specie di curva a 180 gradi, è visibile la seconda grotta. Si trova a poca distanza dallo sbarramento (una quindicina di metri), a circa 10 metri dalla riva del fiume e ad un’altezza di circa 4/5 metri slf. L’ingresso è molto alto da farne una specie di cattedrale ed è seguito da un rapido precipitare verso il basso, visibile e visitabile. La differenza tra il fondo della grotta e la sua massima altezza è di almeno una decina di metri. Il fondo è sigillato da sabbia.
Sul versante opposto dello stesso costone, ad una quota leggermente superiore della precedente, si trova l’imboccatura di un’altra grotta di forma circolare e con andamento rettilineo. E’ stata individuata solo recentemente perché coperta da una selva di rovi, impenetrabili anche alla vista. Qui i manufatti sono molto numerosi ed altrettanto interessanti. Al fiume sembra collegarsi un tratto di strada in basole di pietra, che ad occidente precipita in un valloncello creato dall’acqua di un torrente, che muore nel fiume. Alla fine di questo tratto di strada una grande lastra in cocciopesto chiude da un lato all’altro i bordi della piccola valle, andando a finire sotto terra e, quindi, non più leggibile. Un paio di metri sopra la lastra, in una zona pianeggiante, è possibile osservare tratti di due muri che si intersecano formando ad occidente un angolo curvo.
Nella stessa spianata, ad una quota superiore di circa quattro metri, è visibile l’ingresso di un’altra grotta, delle stesse dimensioni della precedente (2m di diametro circa). La collocazione e la conformazione ne hanno consentito l’esplorazione fino a 5-6 metri di profondità, laddove motivi di prudenza hanno sconsigliato di inoltrarsi. La grotta presenta sulla destra una specie di stretta panchina, che corre fino in fondo. Ma la sorpresa è subito dopo l’imboccatura: in alto sulla fiancata sinistra sono leggibili in maniera chiara alcuni graffiti di animali, realizzati con tratti molto semplici tanto da immaginarne una vetustà sorprendente. L’incoerenza tra i disegni (e la loro perfetta conservazione e lettura) e quella del materiale sul quale sono realizzati (una tenerissima arenaria che si sfarina solo a toccarla) lasciano molto perplessi sulla natura e l’epoca del realizzo.
Sopra questa grotta si trova la strada di accesso al fiume, che conosciamo ed abbiamo seguito.
Proseguendo ad ovest, l’ultimo elemento rilevato è nell’ansa del fiume, dove esso vira a sinistra verso sud e prosegue per via che non è possibile seguire. Nell’angolo in alto, a metà costa, interamente circondato e ricoperto da rovi, si trova il resto di un fabbricato di impossibile definizione. Senza voler proporre certezze interpretative, tutta la zona sembrerebbe essere stata, in epoca imprecisata, dalla romana alla medievale, interessata da un’imponente opera idraulica tendente a ottimizzare le risorse del fiume nell’ambito di uno sconosciuto progetto.

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Un antico baluardo della cultura
Nei primi anni del XVII secolo a Piazza Armerina, allora Platia (in qualche documento, anche Platea), esistevano ben quattordici tra Monasteri, Conventi, Case Professe e Commende degli Ospedalieri maschili, e sette tra Monasteri, Conventi e Ritiri femminili. La popolazione della città era di oltre 16.000 abitanti (rivelo del 1593) e tra questi c’erano un marchese, quattro conti e trentotto baroni. Inoltre, 100 circa erano i sacerdoti, che officiavano nelle quasi cento chiese presenti nel territorio intra moenia ed extra moenia (93 nella relazione “ad limina” del 1655). La conferma dell’alto prestigio della comunità piazzese di allora arrivò col titolo di Spettabile(1), concesso nel 1612 da re Filippo III d’Asburgo, ovviamente dietro il pagamento di 10.000 scudi dalla Giurazia(2). Dato che uno scudo di allora valeva all’incirca 72 € di oggi, per quell’enorme cifra il re, insieme al titolo, concesse la possibilità di amministrare oltre la giustizia civile anche quella penale (mero e misto imperio) attraverso il Tribunale dei Tre Giudici. Da questo quadro di quattro secoli fa si deduce che la prosperità economica era prerogativa dei numerosi nobili, mentre ogni attività culturale era monopolio ecclesiastico e in particolare del monachesimo. Questa situazione consolidava sempre più la consuetudine dei monasteri e dei conventi di essere importanti centri di diffusione culturale, in cui il libro occupava un posto di primo piano. Infatti, “Nella Regola di San Benedetto era prescritto l'obbligo della lettura in vari momenti della vita del convento; il monaco aveva fra le mani il libro nel coro, al refettorio, nella cella, compagno fedele della giornata. Fin dai primi tempi della fondazione delle abbazie era prevista la presenza di una biblioteca. Era scritto: Claustrum sine armario sicut castrum sine armamentario (un monastero senza biblioteca è come una fortezza senza armeria). Collegato alla biblioteca era lo scriptorium, dove si svolgeva il lavoro di copiatura e di miniatura dei manoscritti da parte dei monaci amanuensi: con la loro attività di trascrizione dei codici, furono il più importante strumento di conservazione del patrimonio culturale della classicità.”(3)
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Il museo di Aidone ha acquisito con l’arrivo degli argenti, degli acroliti e della dea una specificità ed un’importanza tali da renderlo uno dei più interessanti della Sicilia.
Non mi voglio soffermare sulle avventurose, per certi versi misteriose e certamente legali, vicende che hanno portato alla loro scoperta (tombaroli), alla vendita (mercato illegale), all’acquisto ed all’esposizione nei musei americani Metropolitan e Paul Getty ed, infine, al loro ritorno. Tali vicende sono state ampiamente narrate dai media ed hanno formato oggetto di dibattiti, conferenze, etc.
Voglio, invece, proporvi delle mie impressioni su queste “presenze” al museo, frutto della suggestione e delle tante visite effettuate.
Svoltando a destra l’angolo del primo corridoio, si viene subito a contatto con i volti delle due dee ctonie. E la sensazione è ogni volta la stessa di entrare in chiesa e di guardare verso il tabernacolo. Con la differenza che non c’è un Dio nascosto ed immaginato, ma due volti di donne sia pure astratte nel loro naturalismo. La distanza tra l’ingresso nella sala e l’accostamento alle dee è coperta con una cadenza da processione religiosa. Ci si avvicina con rispetto ed un’inattesa forma di devozione. Loro poi guardano con un sorriso distante, di antica memoria e di completa consapevolezza. Conoscono la vita e la morte, le preghiere e le richieste dei fedeli, i loro più intimi sentimenti. Mi torna in mente, in un accostamento che supera i secoli ed i millenni, “il sorriso dell’ignoto marinaio” di Antonello da Messina, oggi al museo Mandralisca di Cefalù. Lo stesso sorriso enigmatico che, però, nel marinaio sa delle cose di vita (siciliana!), nelle dee travalica questo orizzonte per proiettarsi in quello anche dell’Ade. E la memoria corre al mito di Demetra e Kore, della madre che vaga disperata sulla terra chiamando il nome della figlia “Kore, Kore mia”, grido che riecheggia ancora, dalle viscere di un passato ancora attuale, nei pianti delle madri difronte al dolore dei figli o alla loro perdita. I due volti sono di dimensioni diverse, a voler marcare una differenza di età tra Demetra (madre) e Kore o Persefone (figlia) e presentano caratteristiche proprio della fine dell’età arcaica greca.
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