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Odisseo-Leucaspide a Polizzello? PDF Stampa E-mail

La testimonianza più cospicua del santuario nella prima metà del secolo VI è senz'altro il più volte ricordato complesso di deposizioni sul pavimento superiore dell'edificio circolare B, un complesso stupefacente per le sue caratteristiche e per le vicende che hanno portato alla sua formazione e alla sua conservazione.

Su quel pavimento infatti, protetti solo da un sottile velo di terra e pietrame, si sono conservati fino a noi praticamente tutti gli oggetti che vi si trovavano deposti nel suo estremo momento di vita, allorchè l'edificio e l'intera area sacra vennero abbandonati. L'abbondante quantità di ceramica greca che vi si trovava depositata, accuratamente studiata da K. Perna, consente di fissare ragionevolmente il termine ultimo di vita del deposito a ridosso della metà del VI secolo, probabilmente nel decennio 560-550. Lo strato di deposizioni, e l'intero pavimento, furono in quel momento a nostro giudizio volontariamente occultati mediante una copertura di terra e pietrame per sottrarne il contenuto al deterioramento delle intemperie o al saccheggio; questo semplice accorgimento, attraverso vicende di cui non possiamo avere nessuna idea, ha consentito per un fortunato ed irripetibile concorso di circostanze la conservazione fino ad oggi dell'intero complesso attraverso più di due millenni e mezzo.

A partire da quel momento l'acropoli di Polizzello sembra rimanere abbandonata, e solo pochi e isolati episodi di vita, sui quali ritorneremo più avanti, ne attestano l'occupazione nella seconda metà del VI secolo e poi soprattutto tra la fine del secolo e gli inizi del successivo.

La cronologia degli eventi potrebbe lasciar pensare che la fine delle deposizioni, l'abbandono, sia pure non definitivo, del santuario, che certamente non prosegue nelle forme monumentali di prima ma che comunque mostra i segni di una modesta ed episodica attività residuale, segnino la fine del centro di Polizzello come organismo politico autonomo, fine che probabilmente va ricondotta alla politica aggressiva del tiranno akragantino Falaride, rivolta verso le città dell'entroterra sicano ma in ultima istanza segnata da una volontà di conquista nei confronti di Himera.

Proprio in questo nesso storico che collega le due colonie delle opposte coste dell'isola, e che inevitabilmente finisce col coinvolgere i territori indigeni che fra di esse si estendono, va a nostro giudizio ricercata la chiave interpretativa che ci consenta di decrittare la complessa situazione messa in evidenza dallo scavo dell'edificio B, con il suo straordinario complesso di deposizioni, doni votivi, immagini sacre, residui di azioni liturgiche, quale esso si è presentato agli occhi degli scavatori.

Il piano di calpestìo dell'ultimo pavimento era infatti letteralmente costellato di deposizioni votive; il fuoco cultuale del complesso, però, e la serie delle deposizioni più ricche, sembravano concentrarsi sopra ed intorno ad una sorta di basso podio, un blocco quadrato di pietrame, probabilmente ricavato da uno spezzone di muro più antico, adiacente al muro occidentale dell'ambiente. Al di sopra di esso si rinvenne ancora deposta una figurina fittile di guerriero barbato, armato di elmo di tipo greco con alto cimiero e scudo oplitico rotondo, caratterizzato quindi chiaramente come guerriero greco, e per il resto completamente nudo; la caratteristica più evidente del personaggio raffigurato è però quella di una vistosa itifallia.

Si tratta evidentemente di un personaggio che per i suoi attributi mostra un evidente riferimento al mondo greco, ma di cui nel contempo è messa in evidenza la potenza virile e, in conseguenza, la capacità riproduttiva; dobbiamo vedere quindi in esso la figura di un eroe progenitore.

Tutt'intorno al cubo di pietra si disponevano ricche deposizioni contenenti armi, ceramiche ed altri oggetti. Subito a Nord di esso giaceva ai suoi piedi una grande punta di lancia in ferro, la maggiore di quante si sono rinvenute nell'ambiente, e accanto ad essa un gruppo di crani di cinghiale.

Per le sue dimensioni, circa 0,74 m, questa lancia non può di sicuro essere considerata una semplice arma da guerra. In essa dobbiamo vedere piuttosto un'arma simbolo, o una specie di lancia-scettro come quelle che vediamo portare nelle raffigurazioni vascolari ai regnanti dell'epos omerico; e non c'è dubbio che la presenza delle teste di cinghiale, con il loro richiamo alla caccia dello stesso animale, accentui ulteriormente il richiamo già evidente alla ideologia aristocratica omerica.

L'elemento più cospicuo della deposizione 9, che si trovava sparpagliata nell'area immediatamente a S e ad E del podio litico, è senz'altro il rarissimo elmo bronzeo di fabbrica cretese che vi è stato rinvenuto.

Su di esso, sulle sue caratteristiche tipologiche e sulla sua collocazione cronologica, sul possibile significato storico della sua presenza a Polizzello, ho già avuto modo di intervenire in altre occasioni alle quali rimando; rimane però da dire che quest'elmo, nel contesto in cui è stato rinvenuto, sembra far parte in senso lato di una grande panoplia che comprende oltre ad esso le lance che abbondano fra i doni votivi, tra le quali quella di grandi dimensioni sopra ricordata, ed uno splendido scudo rotondo di tipo oplitico la cui esistenza è testimoniata dalle due bellissime figure di delfino guizzante in lamina di bronzo della vicina deposizione 11, le quali dovevano costituire insieme l'epìsema dello scudo medesimo.

L'associazione di elmo, scudo e lancia riproduce perciò il tipo di armamento che abbiamo visto indossato - con la sola assenza della lancia, che però data la mancanza degli arti non sappiamo se in origine fosse presente - dalla figura fittile itifallica; la presenza dei crateri, delle coppe di fabbrica greca, l'utilizzo della libagione come rito prevalente non fanno altro che accentuare questa fortissima componente ellenica che si accompagna però ad una evidente simbologia di carattere riproduttivo non assente in altre rappresentazioni umane della Sicilia indigena e come tale probabilmente legata all'ambiente locale.

Su quale fosse l'importanza simbolica ed ideologica dello scudo - e come si vedrà di questo scudo in particolare - abbiamo d'altra parte diverse altre testimonianze di carattere iconografico nel contesto sicano e nella stessa Polizzello.

Intendiamo riferirci in primo luogo alla famosa oinochoe del Museo di Palermo, caratterizzata dal motivo decorativo a torto detto "del polpo". Sulle due facce del vaso, infatti, vi è rappresentato due volte lo stesso personaggio, completamente nudo, non itifallico ma con il sesso bene in evidenza, che porta come unico attributo un grande scudo rotondo ed ha in capo un curioso copricapo a larghe falde o appendici ricurve.

Lo stesso copricapo è indossato da un personaggio a cavallo rozzamente raffigurato su uno dei quattro scomparti figurati della cosiddetta "lancella" o meglio anfora ad anse verticali anch'essa pubblicata dal Gabrici e conservata al Museo di Palermo.

Vicino a questo personaggio è inciso un motivo apparentemente di carattere geometrico: si tratta di un cerchio con corona circolare e area centrale divisa a spicchi, nel quale non è difficile riconoscere la rappresentazione di uno scudo rotondo nello stesso schema iconografico dei cosiddetti "scudetti" o "clipei" fittili che compaiono numerosi nelle aree sacre dell'area sicana, riproducendo certamente uno schema tipologico e probabilmente un significato ideologico e una valenza cultuale per i quali è possibile ipotizzare un'origine dall'ambiente cretese arcaico.

Proprio a questa classe di oggetti mi sembra possa fare riferimento un altro straordinario oggetto di recente rinvenuto da R. Panvini negli scavi della necropoli di Polizzello. Si tratta in questo caso di una sorta di bassa coppa, dotata di piede a disco, ma decorata solo nell'esterno della vasca, e per questo visibile soltanto in posizione rovesciata; la presenza di una coppia di forellini sull'orlo, che indica che fosse destinata ad essere come quelli appesa, rafforza l'idea della appartenenza anche di questo oggetto al gruppo dei clipei indigeni.
La decorazione della vasca comprende figure di volatili e soprattutto un fregio di delfini guizzanti, motivo unico nella produzione vascolare indigena siciliana: l'associazione fra il tipo dello scudetto e la presenza del delfino ci sembra un preciso indizio che l'ispirazione per questo esemplare possa essere venuta proprio da uno scudo come quello della deposizione 11.


Un'altra straordinaria e di sicuro inattesa documentazione dell'importanza dello scudo con i delfini nel centro di Polizzello è recentemente emersa casualmente e purtroppo in questo momento senza possibilità di verifica: essa ci sembra ugualmente significativa e da segnalare, anche se ci manca per il momento il necessario riscontro autoptico.
In una collezione privata catanese, oggi sotto sequestro giudiziario e quindi inaccessibile allo studio, avevamo già diversi anni fa potuto esaminare due bronzetti a figura umana, appartenenti al noto e già ricordato tipo dell'offerente, e che peraltro sono già stati pubblicati, anche se senza una documentazione fotografica completa, dal proprietario.
I due bronzetti hanno entrambi una precisa indicazione di provenienza proprio dalla Montagna di Polizzello e presentano, rispetto agli altri offerenti, oltre alla solita phiale emisferica nella mano destra, un largo oggetto circolare piatto nella sinistra, sulla cui faccia superiore si distingue bene la presenza di due figure di pesci disposte nello schema inverso, testa contro coda, caratteristico degli episémata degli scudi ed ipotizzabile anche nel caso dello scudo dell'edificio B.
I due offerenti, insomma, sui quali dobbiamo naturalmente conservare tutte le possibili riserve dovute alla mancata conoscenza dei loro contesti di rinvenimento, sembrano così portare e offrire proprio quello scudo di cui si sono conservati i resti nella deposizione 11, confermando non solo il ruolo dello scudo in genere nel culto già suggerita dalle altre rappresentazioni, ma anche l'importanza e la particolare solennità dell'evento specifico della dedica proprio di quell'oggetto, che dobbiamo in conseguenza ritenere che rivestisse un significato speciale nell'ambito del santuario e dell'intera comunità della Montagna di Polizzello.
Dobbiamo chiederci a questo punto se è possibile identificare la figura eroica alla quale in questo momento venivano prestati i culti nell'edificio B. La concentrazione dell'interesse sullo scudo, e lo speciale significato che evidentemente è attribuito a quell'arma, potrebbe far pensare che si tratti dell'eroe sicano "dallo scudo lucente" e cioè quel Leukaspis che secondo Diodoro Siculo aveva combattuto contro Eracle insieme ad altri eroi della stessa stirpe anch'essi dal nome parlante, e che poi curiosamente vediamo transitare nella tradizione mitologica greca e nell'orizzonte delle credenze dei mercenari campani del IV secolo, che lo rappresentano nelle loro monete siciliane appunto come un giovane eroe armato di lancia e di scudo.
Il fatto che questo eroe venga chiamato con un attributo e non con un nome vero e proprio lascia però pensare che esso possa in realtà nascondere l'identità del personaggio originario. Il convergere di una serie di coincidenze mi ha indotto a pensare che l'eroe venerato nella prima metà del VI secolo a. C. dai Sicani di Polizzello e raffigurato nella figuretta fittile dal fallo eretto non sia altri che l'eroe omerico Odisseo, caratterizzato nella circostanza come progenitore della città o forse dell'intero ethnos dei Sicani.
Alla figura del re di Itaca, infatti, che dopo gli studi di I. Malkin sappiamo bene come fosse utilizzata di frequente nei processi di intermediazione culturale e politica fra greci e indigeni in varie parti della Magna Grecia e Sicilia, e le cui prerogative di eroe progenitore sono evidenti già nella tradizione epica greca, a partire dal famoso passo della Teogonia di Esiodo che lo indica come antenato del popolo dei Tirreni, mi ha fatto pensare in un primo momento la constatazione dell'impressionante coincidenza fra il tipo di offerte rinvenute nell'edificio B di Polizzello e la descrizione che fa Plutarco del santuario delle Matéres di Engyon, dove gli anathémata più antichi e preziosi erano proprio le lance e l'elmo ivi depositati per l'appunto da Odisseo e dall'eroe cretese Merione in occasione del loro nòstos da Troia.
La coincidenza, che aggiunge in qualche modo elementi verso l'identificazione del santuario di Polizzello come luogo di culto dedicato alle Matéres, così come quello maggiore di Engyon, sommandosi ai numerosi elementi di origine cretese che è possibile individuarvi, viene così a ricollegarsi alla precisa caratterizzazione di etnicità ellenica dell'eroe, nonché a tutti quegli elementi di ideologia aristocratica, a volte non privi di un riferimento diretto all'epica omerica, che abbiamo già potuto identificare nel complesso delle deposizioni dell'edificio B.
Vi è però un secondo passo del medesimo Plutarco che aggiunge al quadro che abbiamo testè delineato un elemento di fortissimo peso, a nostro giudizio pressoché decisivo.
Nella sua opera morale sulla intelligenza degli animali di terra e di mare, lo storico di Cheronea afferma infatti che il primo a porre l'immagine del delfino sullo scudo fu per l'appunto Odisseo, e aggiunge che ciò è testimoniato da Stesicoro di Imera, il grande poeta e creatore di leggende, legate soprattutto ai nòstoi degli eroi omerici, il quale visse e operò proprio nei medesimi anni in cui si andava formando il deposito dell'edificio B di Polizzello.
Non saremmo alieni dall'attribuire un significato legato alla figura di Odisseo anche ad un altro documento figurato che proviene dallo stesso contesto. Intendiamo riferirci al bronzetto rinvenuto da E. De Miro negli strati superiori dell'edificio B; il suo punto di ritrovamento, chiaramente segnato nella pianta dei rinvenimenti pubblicata da R. Mambella, dimostra infatti con chiarezza che esso proviene proprio dalla stessa area delle deposizioni di cui abbiamo sinora discusso.
Il bronzetto rappresenta anch'esso una figura di offerente nudo che regge in mano la phiale, ma presenta rispetto agli altri esemplari conosciuti due particolarità che lo rendono unico: il copricapo a bassa calotta con piccole falde che porta sul capo e l'oggetto che regge nella mano sinistra, spesso interpretato come un frutto. In realtà l'oggetto è troppo grande per essere un frutto; attentamente esaminato, esso mostra con chiarezza, pur nella rozzezza e approssimatività della rappresentazione, la presenza di un cordone che corre sulla parte superiore e suggerisce la chiusura del voluminoso oggetto tondeggiante, il quale è quindi meglio interpretabile come un sacco o forse un otre. L'otre e il gesto dell'offerta richiamano immediatamente diverse vicende narrate nell'Odissea, ma in modo particolare quella del Ciclope Polifemo, messo a dormire tramite una generosa offerta di vino puro e quindi accecato da Odisseo e dai suoi compagni.
E ad Odisseo ci sembra possa ricondurre anche il copricapo che porta il personaggio, non troppo dissimile, pur nella rozzezza della rappresentazione dal pileo o dal cappello da viaggiatore a piccole falde che proprio a partire dal VI secolo a.C. caratterizza costantemente l'iconografia dell'eroe di Itaca.
È noto infatti che fino al VII secolo e agli inizi del VI la figura di Odisseo non è ancora caratterizzata iconograficamente, mentre nel corso del VI secolo essa assume dei caratteri propri, rendendo il personaggio riconoscibile soprattutto per la presenza del copricapo da viaggiatore, che la accompagneranno nel corso dei secoli successivi.
Ci chiediamo se il poter identificare queste caratteristiche in un momento così antico, ben anteriore alle rappresentazioni finora conosciute, e per di più in un bronzetto di ambiente non greco, non possa significare che ci troviamo davanti al primo fortuito riflesso di una nuova invenzione iconografica destinata nei secoli successivi ad avere molta fortuna, e probabilmente attribuibile al genio inventivo e alla fantasia creatrice e interprete di miti proprio di Stesicoro di Imera.
In questa prospettiva, non è impossibile che anche i due bronzetti con lo scudo sopra ricordati possano rappresentare il medesimo eroe, al quale ben si adatterebbero d'altra parte anche tutti gli elementi di ideologia aristocratica sopra ricordati nonché - è appena il caso di ricordarlo - l'offerta delle teste di cinghiale.
Se veramente il complesso delle dediche delle deposizioni dell'ultima fase dell'edificio B è riconducibile ad un culto prestato ad Odisseo, venerato come eroe progenitore dei Sicani, è a nostro avviso evidente che l'introduzione di questo culto - e probabilmente del medesimo epos omerico, accompagnato agli elementi di ideologia aristocratica che nel contempo pervadevano la società sicana - non possa che iscriversi nel contesto dei rapporti fra Himera e l'entroterra indigeno, che doveva agli imeresi sembrare vieppiù importante strategicamente dato l'irrompere nel quadro della Sicilia centrale della politica bellicosa di Falaride.
La particolare attenzione degli imeresi nei confronti degli indigeni poteva infatti ben essere mirata alla costituzione di una alleanza greco-indigena in funzione della resistenza anti-akragantina, e alla costituzione di un territorio-cuscinetto formato dalle città sicane intermedie fra Himera e Akragas; in questo quadro la straordinaria attività mitopoietica di Stesicoro, del quale peraltro le fonti ricordano l'azione anti-falaridea, poteva tornare particolarmente utile per la ideazione di una attività propagandistica incentrata sulla figura del progenitore Odisseo, attraverso la quale le èlites indigene del territorio potessero raggiungere la consapevolezza di una origine comune con i greci e quindi facilitare i processi di alleanza politica.
Non ci meraviglierebbe poi che nel prosieguo del tempo, questo Odisseo così fortemente caratterizzato dalla presenza dello scudo, e il ricordo dello scudo medesimo, possano aver generato la memoria dell'esistenza di un eroe sicano "dallo scudo lucente".
(Il mio doveroso ringraziamento, oltre che alle co-curatrici del volume, va al personale tutto della Soprintendenza di Caltanissetta, al Responsabile del procedimento Arch. Crisostomo Nucera, e ai miei preziosi collaboratori Eleonora Pappalardo, Katia Perna e soprattutto Davide Tanasi a cui si deve la conduzione e la documentazione dello scavo di questo complesso).

Dario Palermo

L'articolo proviene dal volume "Polizzello. Scavi del 2004 nel santuario arcaico dell'acropoli", a cura di Carla Guzzone, Rosalba Panvini e di Dario Palermo, che comincerà tra poco la sua diffusione. È stata trascritta sopra una parte del capitolo conclusivo, autorizzata dall'autore.
http://dariopalermo.splinder.com/

 

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