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L’ultima propaggine degli Erei che si affaccia da ovest sulla piana di Catania è Monte Turcisi. Il Monte appartiene alla dorsale che si estende per una lunghezza di circa 2,0 Km. in direzione est-ovest al confine fra le province di Catania e di Enna. Fa parte del territorio comunale di Castel di Judica e dà il nome alla tavoletta "Monte Turcisi" F° 269 II N.O. Per la sua posizione e le sue caratteristiche morfologiche può essere considerato, assieme a Monte Scalpello e Monte Judica, l'estremo lembo orientale della catena dei Monti Erei. Costituisce il primo rilievo al margine settentrionale della Piana di Catania, da cui è chiaramente visibile la sagoma. Dalla sua vetta si domina un panorama che spazia dalla Piana di Catania ai Nebrodi, agli Erei, alle colline di Caltagirone, al massiccio etneo e si possono intravedere, con il bel tempo alcuni dei centri abitati circostanti (Catenanuova, Paternò, Motta S. Anastasia, Belpasso, Catania, ecc.).
La successione stratigrafica dei terreni che lo formano, conosciuta in letteratura come "Unità di Monte Iudica", molto ricca di fossili triassici, rappresenta un'anomalia per la sua posizione molto più esterna rispetto ad altre analoghe formazioni della Sicilia settentrionale (Nebrodi e Madonie ). Tale successione inizia con una "Alternanza argilloso-calcareo arenacea" ("Formazione Mufara"), ricca di faune fossili ad ammonoidi, a lamellibranchi e a gasteropodi, appartenente al Carnico medio-superiore; seguono, in alto, "Calcari con Selce", del Carnico Superiore, "Radiolariti" giurassiche con vulcaniti, marne e calcari marnosi rossi e biancastri in facies di "scaglia" ed infine "Argille marnose ed arenarie glauconitiche" dell'Oligocene-Miocene superiore-medio.
Il sito archeologico è collocato su un’altura di 303 e coprire tale dislivello può sembrare facile, se non del tutto indifferente. Ma salire da zero a trecento metri in poco spazio, quasi una semiscalata, è stato abbastanza faticoso, anche se nessuno di noi ha mai dubitato di non farcela. La salita è stata fatta con il passo lento di vecchi montanari, oltretutto alleggerita dallo sguardo continuamente rivolto per terra ed attento ad individuare possibili oggetti in selce e dagli splendidi panorami che sempre più ampi si aprivano allo sguardo. Il superamento della prima balza ha consentito di rifiatare e prendere maggiore contatto con tutto il paesaggio, anche se la notevole foschia ha impedito sguardi nitidi e lunghi. A metà della seconda balza un bel tratto di mura ci ha consentito di venire a contatto con i primi resti archeologici di periodo greco. Conci in calcare del luogo, alcuni di notevoli dimensioni, formano un’ unica cortina molto spessa, regolare e solida. Dopo le consuete fotografie, l’ultimo balzo verso la vetta.
Su un pianoro abbastanza regolare ed inaspettatamente ampio si ergono i resti di una grande ed articolata struttura, individuata come un eremo. Tutto il perimetro presenta tratti, a volte abbastanza lunghi, di una grande cinta muraria, la più antica di periodo greco. Sul versante sud-est del della vetta sorge, incassata nel terreno, una grande cisterna in pietra di età greca ed ancora in ottime condizioni. La discesa è stata abbastanza agevole e caratterizzata dalla ricerca dei nuclei di selce da portare a casa come ambiti trofei.
La storia di Monte Turcisi si dipana dal periodo greco fino all’età moderna con probabili lunghi periodi di abbandono. Nel VI secolo a.C., ad opera dei greci delle città costiere, ebbe inizio una vasta campagna di conquista verso l’interno della Sicilia. In particolare questa zona venne interessata dall’occupazione dei calcidesi di “leontinoi”. L’obiettivo era di estendere e di proteggere la chora non solo e non tanto dai siculi, ma soprattutto dalle altre città siceliote. In questa strategia rientrava la costruzione di phrouria (fortezze), dove furono stanziate guarnigioni con il compito di sorvegliare e tutelare il territorio. La posizione di Monte Turcisi, a controllo della valle del Dittaino, importante via di penetrazione verso l’interno, ben si adattava a difendere, appunto, la chora lentinese. Lo stesso fenomeno riguardò il retroterra di Gela per la protezione di interessi della colonia rodio-cretese (è del VI secolo la fondazione di Maktorion - Bubbonia e di Herbessos-Montagna di Marzo, entrambe dotate di solide mura di difesa) e quello di Agrigento per il tentativo di creare una base sul mar Tirreno. 
Il rinvenimento di ceramica bizantina fa ipotizzare il suo riutilizzo durante tale dominio. Tale notizia, infatti, si accorda perfettamente con quanto riferisce Amari nella sua “Storia dei Musulmani in Sicilia” e cioè che per la protezione dell’isola dall’invasione islamica i Bizantini costruirono castelli ed insediamenti fortificati e che “non vi fu altura che non venne difesa”.
All’interno della fortificazione venne costruito intorno al 1650 un eremo dedicato a San Giacomo, di cui si conservano i resti della chiesa e di alcune stanze dell'edificio conventuale. Esso aveva contatti con l’ altro eremo di Monte Scalpello, collocato ad o ovest sullo stesso costone roccioso. L’eremo ebbe vita stentata fino all'inizio del XIX secolo, quando restò deserto. Nell'attigua chiesa si è continuato ad officiare in occasione delle festività fino alla metà del XX secolo, quando venne anch'essa del tutto abbandonata.
Un aspetto particolare di Monte Turcisi è la presenza di Asfodeline lutea, una particolare pianta commestibile e dal sapore molto delicato. A qualcuno del gruppo ha riportato il ricordo dell’infanzia con la mamma che la cucinava. La rimanente vegetazione spontanea è di tipo mediterraneo (ambiente di gariga), con arbusti e piante adattate al clima particolarmente arido e ai terreni di litologia roccioso-pietrosa. Sono state individuate: Asparagus acutifolius e albus, Foeniculum vulgare e piperitum, Cynara cardunculus, cicorione, coscidivecchia, caccialepre (Reichardia picroide) pomodoro selvatico (Solanum sodomaeum), ruta…, ancora cardedda (Sonchus oleraceus), timo…
Monte Turcisi e le sue meraviglie attendono ora la visita de soci del Gruppo, dotati di buoni scarponi e di altrettanto buon fiato.
Salvo Sinagra ed Ugo Adamo
Fonti:
Rosa Maria Albanese Procelli: Sicani, Siculi, Elimi, Biblioteca di Archeologia, Longanesi & C. editore, 2003, pagg. 162-163.
Diego Barucco: Le pietre di Monte Turcisi, tesi di laurea, 28.03.2009, in www.siciliafotografica.it |