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La storia della masseria è una storia molto complessa, sempre in stretta relazione ai grandi fatti storici del passato e che è indissolubilmente legata alla storia dell’Italia meridionale. I primi esempi di masseria risalgono alla colonizzazione greca (VIII-VI sec. a.C.). Essa era intesa come organizzazione sistematica del territorio, finalizzata ad attività agricole. Nel periodo romano le piccole proprietà furono concentrate in poche aziende latifondistiche dando origine alle massericiae, cioè entità rurali che sfociarono poi in insediamenti residenziali e produttivi dette villae o massae. Alcune informazioni sulla gestione delle massae sono contenute nelle Epistole di papa Gregorio Magno il quale dice che, queste vaste proprietà fondiarie, erano affidate ad affittuari (conductores) dietro corrispettivo di canoni in moneta e, più spesso, in prodotti dell’agricoltura o dell’allevamento. Dell’esazione dei canoni e del controllo sugli affittuari erano incaricati i procuratori dei proprietari (gli actores o curatores). Dopo gli scritti di Gregorio Magno (590-604 d.C.) il termine massae scompare per ritrovarlo seicento anni dopo (XIII sec.), modificato in massaria, nell’età di Federico II e di Manfredi che si preoccupavano della gestione delle aziende agricole di corte emanando statuti e costituzioni super massariis curiae. Ma tra gli scritti di Gregorio Magno e i documenti di Federico II la Sicilia conobbe due grandi svolte epocali destinate a cambiarne profondamente il volto.
La prima si ebbe durante la dominazione musulmana (827-1061), che aveva comportato lo spezzettamento del latifondo tardo-romano e bizantino e la nascita di numerosi borghi rurali o casali. La seconda svolta si ebbe già a partire dalla dominazione normanna (1061) durante la quale il latifondo, declinato sotto i musulmani, ricompare e trionferà con Federico II, tanto che alla sua morte, avvenuta nel 1250, la Sicilia presenta un nuovo volto. Il periodo di forte insicurezza aveva consentito una straordinaria fioritura dell’architettura castellana ma, accanto ad essa, si aggiungono un gran numero di fortilizi rurali, spesso privi di centro abitato corrispondente. In pratica scomparvero quelle centinaia di casali che animavano la campagna siciliana e vaste aree rurali rimasero prive di abitanti. Ma la masseria d’epoca sveva era profondamente diversa dalla massa tardo-antica; il termine indicava sempre un territorio rurale e un modo di organizzare la produzione agricola ma, in primo luogo, le masserie di Federico II erano meno estese di quelle tardo antiche e inoltre non vi era più una villa rustica destinata ad alloggiare sontuosamente il proprietario e la sua famiglia, né esisteva una mano d’opera stabilmente stanziata nel territorio. Ora la masseria era gestita da un magister o da un curatolo che reclutava la mano d’opera salariata al momento del bisogno. Quindi, l’assenza del proprietario e la mano d’opera fluttuante, fecero in modo che la masseria tardo medievale, da Federico II in poi, non aveva bisogno di grandi strutture abitative stabili. Per questi motivi la prima fase della masseria di contrada Torre di Pietro, che comprende solo la corte merlata e la torre, si colloca in questo periodo (XIII-XIV sec.). Gli altri ambienti (cappella, stalle, magazzini e seconda corte) appartengono ad una fase successiva (XVII-XVIII sec.) in piena epoca moderna. Questo ampliamento fu dovuto alla nuova colonizzazione del latifondo incentivato dall’espansione della cerealicoltura voluta fortemente dagli spagnoli. In questa fase il termine masseria non indicherà più un territorio rurale e l’organizzazione della produzione agricola, ma verrà riferito al complesso edilizio dalla tipologia particolare e ben definita. La masseria ora serve per ospitare i lavoratori, a ricoverare gli animali, a custodire gli attrezzi e ad immagazzinare i raccolti; in pratica l’edificio della masseria diverrà cuore e simbolo stesso del feudo. Oltre alla masseria, la contrada Torre di Pietro è interessante perché, a poche decine di metri da essa e in vari punti, ci sono delle testimonianze archeologiche di notevole interesse. Le indagini di superficie, eseguite dal gruppo “studio del territorio”, hanno permesso di riscontrare frammenti fittili circolari (resti di colonne), di pithoi, di scarti di fornace, di vasellame, etc. che fanno pensare alla frequenza del luogo dal periodo tardo-romano. Infine da rilevare la presenza di due pozzi con copertura cupoliforme detta cuba, espressione della cultura e dell’architettura araba; uno di essi è affiancato da un recipiente, pila o pilacciuna, in pietra monolitica scalpellinata, utilizzata sia per dissetare il bestiame, sia per fare il bucato con l’utilizzo di un’apposita struttura, stricaturi, come strizzatoio.
(Concetto Parlascino)
La foto della masseria è di Gaetano Adamo, quella aerea è di Paola Donatella Di Vita, quella del Gruppo è dell'autore.
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