• Gruppo Archeologico L. Villari - Piazza Armerina
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Sul Museo di Aidone (Ugo Adamo) PDF Stampa E-mail

Il museo di Aidone ha acquisito con l’arrivo degli argenti, degli acroliti e della dea una specificità ed un’importanza tali da renderlo uno dei più interessanti della Sicilia.
Non mi voglio soffermare sulle avventurose, per certi versi misteriose e certamente legali, vicende che hanno portato alla loro scoperta (tombaroli), alla vendita (mercato illegale), all’acquisto ed all’esposizione nei musei americani Metropolitan e Paul Getty ed, infine, al loro ritorno. Tali vicende sono state ampiamente narrate dai media ed hanno formato oggetto di dibattiti, conferenze, etc.
Voglio, invece, proporvi delle mie impressioni su queste “presenze” al museo, frutto della suggestione e delle tante visite effettuate.
Svoltando a destra l’angolo del primo corridoio, si viene subito a contatto con i volti delle due dee ctonie. E la sensazione è ogni volta la stessa di entrare in chiesa e di guardare verso il tabernacolo. Con la differenza che non c’è un Dio nascosto ed immaginato, ma due volti di donne sia pure astratte nel loro naturalismo. La distanza tra l’ingresso nella sala e l’accostamento alle dee è coperta con una cadenza da processione religiosa. Ci si avvicina con rispetto ed un’inattesa forma di devozione. Loro poi guardano con un sorriso distante, di antica memoria e di completa consapevolezza. Conoscono la vita e la morte, le preghiere e le richieste dei fedeli, i loro più intimi sentimenti. Mi torna in mente, in un accostamento che supera i secoli ed i millenni, “il sorriso dell’ignoto marinaio” di Antonello da Messina, oggi al museo Mandralisca di Cefalù. Lo stesso sorriso enigmatico che, però, nel marinaio sa delle cose di vita (siciliana!), nelle dee travalica questo orizzonte per proiettarsi in quello anche dell’Ade. E la memoria corre al mito di Demetra e Kore, della madre che vaga disperata sulla terra chiamando il nome della figlia “Kore, Kore mia”, grido che riecheggia ancora, dalle viscere di un passato ancora attuale, nei pianti delle madri difronte al dolore dei figli o alla loro perdita. I due volti sono di dimensioni diverse, a voler marcare una differenza di età tra Demetra (madre) e Kore o Persefone (figlia) e presentano caratteristiche proprio della fine dell’età arcaica greca.

Hanno forma ancora geometrizzante, più accentuata in Demetra: le labbra sembrano attaccate, gli occhi hanno forma a mandorla con scarsa definizione in particolare delle ciglia. Il sorriso delle dee, oltre a conferire l’alone di superiore mistero, ha anche uno scopo tecnico. Serve ad ammorbidire ed a dare un minimo di plasticità alle guance, che nella scultura dedalica erano assolutamente rigide. Tracce di innovativa modernità sono leggibili nelle dita delle mani e dei piedi, rappresentate con rispetto delle linee e dei volumi. Un aspetto di particolare curiosità è l’occhio di destra (per chi guarda) di Kore che è più piccolo e non in asse con l’altro. Un errore dell’artista o, più verosimilmente, la posizione in cui le due statue erano collocate? Infatti, i due volti sono completi soltanto dalla parte dello spettatore, mentre la parte posteriore è completamente assente, piatta. Quindi, per poter essere viste, per poter “vivere” dovevano necessariamente essere appese da qualche parte. E la collocazione, per una corretta visione, poteva implicare tali cambiamenti.
Salutate le dee, attraverso una sala dove sono esposti prodotti della cultura materiale della pre e protostoria, veniamo introdotti alla presenza della dea. Collocata su un piedistallo antisismico al centro della stanza, domina con la sua imponenza ambiente e presenti, destando immediatamente un senso di meraviglia. Molte sono le espressioni di stupore che ho colto durante le mie tante visite ed io stesso rimango ogni volta abbagliato dallo splendore e dalle dimensioni della statua. Nel rapido passaggio dalla sala degli acroliti a quella della dea si snodano circa 40/50 anni della storia dell’arte greca e rimane chiara e marcata la differenza tra le due opere.

Così come le prime per poter “vivere” avevano bisogno di un sostegno dove essere appese o collocate, così la scultura della dea sembra dotata di vita propria e sembra muoversi nello spazio con assoluta autonomia. La posizione chiastica conferisce il senso dell’equilibrio in movimento, che è luna delle grandi conquiste della scultura classica. Il corpo, elegante e slanciato, si legge attraverso l’ampia veste che lo ricopre e che sembra agitata da un vento contrario. La splendida linea delle gambe, il prosperoso e giovanile seno, le spalle, il bacino vengono non direttamente rappresentate, ma attraverso la lettura dell’himation che la ricopre. Guardando la dea dall’angolo del lato sinistro si legge con chiarezza la meravigliosa linea del corpo che si snoda a partire dalle spalle fino alle gambe. Plasticità,volume, giochi chiaroscurali conferiscono alla scultura la dignità della grande plastica greca, che da Atene (Fidia) e Sparta (Policleto) si diffuse nella Sicilia e nella Magna Grecia. Il corpo della dea è realizzato in pietra calcarea di Comiso, elemento chiave per l’individuazione della sua provenienza da Morgantina nella lunga querelle con il Paul Getty Museum. Nello stesso santuario fu trovata “ufficialmente” la statua femminile acefala, esposta nella stessa sala e fatta della stessa pietra della dea. Elementi a sé sono la testa, un braccio incompleto, il piede, realizzati in materiale diverso (marmo pario). In particolare il viso, perfetto nella sua realizzazione naturalistica, presenta il carattere di astrattezza ed estraneità rispetto al mondo circostante che declinano la rappresentazione della divinità nel mondo greco e che in questo sembrano richiamare l’espressione di Demetra e Kore.
Salutata la dea, attraverso le due stanze dove sono esposti una parziale ricostruzione del portale della fontana monumentale e due piccole vasche ed oggetti vari, provenienti dalla zona termale, arriviamo nell’ambiente degli argenti di Eupolemo. La stanza è abbastanza ridotta e le vetrine sono vicine tanto da rendere sufficiente la presenza di non molte persone per crearsi confusione e calca. La visione ne risulta, pertanto, abbastanza sacrificata, a meno che non si sia da soli o in compagnia di poche persone. Gli argenti sono un capolavoro assoluto dell’oreficeria ellenistica. Il mondo greco classico è venuto a contatto con le grandi culture e tradizioni di quello medio ed orientale; lo ha profondamente influenzato e ne è stato a sua volta influenzato. Cambia la tipologia dell’uomo, cambia la filosofia, e cambia anche l’arte. Una produzione come quella degli argenti sarebbe stata inconcepibile in periodo classico, dal quale però attingono la straordinaria abilità nella lavorazione della materia. I 16 pezzi (coppe, piatti, arule, oinokai …) sono realizzati in argento e lamine di oro. Molti di essi presentano diversi livelli di decorazione ed alcuni stilemi (il motivo ad onde o quello a meandro) sono anche presenti nei pavimenti a mosaico delle abitazioni del quartieri ellenistici (est ed ovest) di Morgantina. La minuziosa grafia nella realizzazione di ogni elemento decorativo fa prova di un artigianato ormai padrone di ogni tecnica. Dubito che oggi saprebbero essere realizzate opere del genere. Quando le ho viste per la prima volta, ho risentito dei vaghi richiami di arte barocca. In particolare la visione di Scilla, con la straordinaria ricchezza di abiti e la stessa contorsione della figura, mi aveva generato tale sensazione. Poi, come sempre succede, prevale l’idea che ogni arte ha delle sue specificità, ma contiene anche elementi di arti future.
Tre prodotti, tre epoche diverse, tre capolavori diversi per un museo che è divenuto un unicum in Sicilia.

Ugo Adamo, 2012

 

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