| Montagna di Marzo |
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Cartograficamente, si estende in una zona compresa nella Tavoletta “FRIDDANI” del Foglio IGM 268 II NO della Carta d'Italia, cioè tra 37 gradi 24’48" e 37 gradi 26'19" latitudine Nord e tra 1 grado 49'30" e 1 grado 51'30" longitudine Est rispetto al meridiano di Roma-M.Mario. Altitudine: 700 m s.l.
Il monte, che dai lati nord ed est è naturalmente difeso da pendii molto acclivi, degrada in maniera più dolce verso sud-ovest. Esso è rimboschito alla base della pendice occidentale con pini d’Aleppo ed eucalipti fin ai valloni Ruggello e Bonifacci, per estendersi su tutta la contrada Ramursura. Il pianoro sommitale e il declivio meridionale, attualmente utilizzati a pascolo, presentano i segni dell'aratura e delle tradizionali coltivazioni a cereali, mentre il vasto pendio di sud-ovest è coltivato a mandorleto. Particolarmente ricco di acqua doveva essere tutto il sito se ancor oggi negli anfratti delle pendici del monte si notano diverse sorgenti d'acqua e molti pozzi e cisterne sono state individuate tra i ruderi del piano-città. Nelle valli d'intorno scorrono abbondanti corsi d'acqua soprattutto in quella di sud-est dove il torrente Olivo è stato recentemente sbarrato a formare l'invaso omonimo. Montagna di Marzo offre, dall'acropoli in giù ed entro la cinta muraria, l'immagine di una grande città pre-greca e romana della Sicilia. Il sito, sorto come città sulle vestigia di un antico villaggio indigeno, dovette interagire con tutte le culture successive fino al medioevo accrescendo le sue pertinenze sia attraverso le fabbriche artigiane recentemente identificate, ma anche attraverso un gran numero di insediamenti e necropoli. Il massiccio di Montagna di Marzo è ubicato a nord-ovest del centro urbano di Piazza Armerina, in una vallata prospiciente al torrente Olivo che forma l’omonimo invaso artificiale. La montagna, circondata da un’alta corona di colline, offre una notevole visione panoramica: a est il Cozzo Rametta, a sud il Monte Manganello, a ovest il Monte Polino, a nord il Monte Ramursura e le contrade Serra d’Api e Balatella, tutti luoghi di interesse archeologico. Dall’acropoli é visibile Monte Naone, anch'esso sede di un insediamento greco, poi romano e medievale. I terreni affioranti di queste alture, che fanno parte della catena dei Monti Erei, sono di origine esclusivamente sedimentaria e sono costituiti da depositi sabbiosi, con stratificazioni arenacee e limose, del Pliocene superiore. Notizie sul sito La popolazione di Piazza Armerina, a memoria d'uomo, ha sempre favoleggiato sulle ricchezze di Montagna di Marzo che denomina volgarmente "a muntagna a cucca". In dialetto piazzese la cucca è la civetta, intendendo così ricordare che su quella montagna nidificano le civette e dove venivano rinvenute monete su cui è riprodotto un rapace che azzanna una serpe. Montagna di Marzo è citata in scritture di pubblici notai nel 1470 e viene ricordata come feudo nobile soggetto a servizio militare (Chiarandà 1654). Le prime notizie scientifiche sull'antichità e importanza del sito sono di Paolo Orsi che nel 1930 descrive come "la Montagna di Marzo sia stata per lungo tempo, forse da secoli, terra di sfruttamento di cercatori di tesori e di antiquari. Lo sanno tutti i piazzesi e il mio schedario ricorda che di là venne sempre gran quantità di monete, di tutte le età, di tutti i metalli, vendute e disperse. Vi esistono grotte, sepolcri e ruderi mai esaminati da occhio esperto. Vi deve essere anche una più o meno vasta necropoli greca avendo dato vasellami corinzi ed attici ora in proprietà privata di Caltagirone. Mi si è parlato anche di frammenti di statue marmoree e persino di un piede di bronzo, che un maltese Lib. Scheraz, residente a Piazza e antiquario di professione, avrebbe venduto insieme a tanti altri oggetti provenienti dalla Montagna". Si ha memoria di un enorme scempio condotto su larga scala negli anni '50 da scavatori clandestini nelle necropoli di sud-ovest e che attirarono finalmente l'attenzione degli studiosi, primo fra tutti Dinu Adamesteanu che, attraverso l'interpretazione aerofotogrammetrica, (EIRA 1953) riconobbe la via d'accesso sul lato orientale sullo sperone roccioso di sud-est. Da quella porta si diparte una lunga via che si prolunga diritta e lievemente inclinata da est ad ovest fino all'acropoli, via che, da recenti saggi è intersecata ortogonalmente da altre strade evidenziando la struttura urbanistica di tipo ippodameo della città (Lorenzo Guzzardi 1998-1999). La prima campagna di scavi regolari fu condotta dall’11 al 30 giugno del 1962 dal prof. G. Vinicio Gentili (G.V. Gentili 1963 e A.W. Van Buren 1963) che cercò di stabilire il limite meridionale della necropoli Est (che era stato utilizzato nel 1953 come cava di pietra). Lo scavo del Gentili fruttò il recupero di molte decine di statuine, testine, lucernette e maschere fittili nonché vari unguentari, tazze e una grande anfora vinaria. Successivamente uno scavo venne affidato al prof. Vito Romano dal novembre 1965 al marzo 1966: in due campagne di scavo nelle necropoli furono trovate un centinaio di tombe del VI e V sec. a.C. e alcune con materiale bizantino. Vito Romano trovò pure la pianta di un piccolo edificio rettangolare di destinazione probabilmente sacra. Una importante campagna di scavi fu avviata da Luigi Bernabò Brea, allora Soprintendente alle Antichità della Sicilia Orientale, nel 1966 e negli anni successivi. Fu il prof. Luigi Mussinano dell'Università di Trieste che, avvalendosi anche dell'ausilio di Vito Romano e Ignazio Nigrelli, riuscì a dimostrare e descrivere l'estensione della città effettuando scavi, dall'ottobre al dicembre 1966, nelle necropoli della scoscesa pendice orientale e alcuni significativi saggi sul piano città. L. Mussinano trovò tracce del muro di cinta su tutti i lati del pianoro tranne che su quello dell’acropoli che si presenta naturalmente difeso per la sua ripidità. Egli descrisse ampiamente la tipologia muraria che talora sembra presentarsi come vero e proprio muro di cinta e talaltra come una fortificazione ad aggere. é probabile che il sistema ad aggere sia la fortificazione arcaica e l'altra sia comparsa all'inizio dell'ellenismo. D’altronde in vari punti delle pendici si notano tuttora conci di tufo ben squadrati certamente rovinati dall'alto. L’archeologo triestino mise in luce sull'acropoli una parte delle fondazioni delle mura di un sacello di epoca ellenistica dove furono recuperati molti frammenti di statuette fittili e due grandi busti di divinità femminili, uno dei quali pressoché intatto (Mussinano 1966). Il sacello, che segue la direzione est-ovest e non fu completamente messo in luce, sicuramente supererebbe i 20 m. di lunghezza. L’archeologo mise in evidenza la soglia dell’edificio formata da tre conci squadrati di tufo che mostrano i segni dei cardini e del battente. Altri saggi e scavi condotti da Mussinano qua e là a sud dell’acropoli, permisero di comprendere, già allora, che la città seguiva un impianto ortogonale e che lo stanziamento antico era rimasto antropizzato fino ad epoca bizantina. Infatti, oltre ai resti di edifici ellenistici e romani furono scoperte una tomba bizantina a doppia volta (sull’acropoli) ed un’abside (più a sud nella zona della città). L’esistenza sulla città di quest’abside bizantina ha suffragato in passato l’ipotesi che ha proposto lo storico ennese Paolo Vetri che Montagna di Marzo fosse denominata in periodo arabo “fortezza delle Quaranta Grotte” presa e saccheggiata dai musulmani nell’841 durante una scorreria nel territorio di Castrogiovanni. Il materiale più antico ritrovato risale alla seconda metà del VI sec. a.C. e proviene soprattutto dalle necropoli. Tuttavia il ritrovamento casuale di un’ascia neolitica nel 1966 e la messa in luce di uno strato preistorico durante un altro scavo effettuato nell’inverno del 1967 sul muro orientale di cinta, ben si accordano con quanto evidenziato nella ricerca di Lorenzo Guzzardi del 1998, quando fu messa in luce una piccola zona capannicola preistorica nel sottosuolo del centro città. Questa evidenza, insieme con il recente ritrovamento di un villaggio preistorico sul Monte Manganello e Cozzo Comune insieme con le osservazioni di resti preistorici sul Cozzo Rametta e altre colline viciniori, permette di supporre la suggestiva immagine di un grande complesso di insediamenti che dai versanti collinari si affacciavano sulla grande vallata dell’Olivo e il cui fervore di contatti e di scambi è giustificato ampiamente dalla omogeneità tipologica delle tracce lasciate. Il frutto più prezioso delle campagne di scavo di Mussinano, dal punto di vista storico e artistico è stato senza dubbio quello restituito dallo scavo della necropoli di nord-est o perlomeno delle poche tombe risparmiate dai tombaroli con il loro cronico e sistematico saccheggio. Sotto la cinta muraria sono state trovate diverse file di tombe crollate quasi tutte a camera databili dalla fine del VI sec. a.C. all’epoca ellenistica. Nella parte più meridionale della stessa necropoli orientale Mussinano trovò 14 tombe a camera non violate e quasi tutte esenti da crolli contenenti materiali databili dal VI al III sec. a.C. In alcune di tali sepolture il corredo funebre superava anche il centinaio di pezzi. è rimasta famosa la cosiddetta tomba n. 31 (classificata all’epoca come n. 8). L’archeologo ritrovò due sarcofagi che contenevano i resti di due guerrieri. Uno dei due scheletri aveva l’anello al dito, la spada ai fianchi e lo strigile. Sopra i coperchi dei sarcofagi furono trovati i loro elmi e gli schinieri. La tomba restituiva ben 133 pezzi, tra cui molti vasi di bronzo; i vasi figurati (un’oinochoe trilobata ed una kylix, ambedue a figure nere), erano due. Furono trovate anche due oinochoai trilobate col corpo a forma di testa femminile. La cosa più interessante fu la scoperta di ben 11 vasi a vernice nera tutti con iscrizioni in alfabeto greco, ma graffite in una lingua non greca; alcune delle lettere adoperate trovano riscontro per la loro forma in iscrizioni sicule. (Mussinano 1966). La scoperta di questi e di altri graffiti a Montagna di Marzo ha portato luce nuova sulle ricerche degli studiosi aprendo un affascinante momento di conoscenza sui siculi dell'isola. Essi infatti ci hanno lasciato diverse testimonianze epigrafiche in alfabeti mutuati da quelli greci. Le iscrizioni di corredi tombali di Montagna di Marzo sono circa 80 tra cui quelli della nota anfora che si trova al Museo di Agrigento (Militello P., 1996) e che fornì ben 93 lettere e di cui si è occupato un convegno di studi a cura della Soprintendenza di Agrigento il 21 e 22 febbraio del 1978. Dopo gli ultimi scavi condotti da Luigi Mussinano nel 1968, fu fatto dallo stesso un lungo e delicato lavoro di inventario con la descrizione dei corredi funerari e di tutti i reperti immagazzinati. Le fotografie dei reperti eseguite nell'estate del 1971 furono consegnate alla Soprintendenza di Agrigento nel gennaio del 1972. Il sito, dopo uno scavo del 1986 quando fu scoperta un'area sacra a sud ovest della città, cadde nell'oblio e (tranne un piccolo scavo dei primi anni novanta), si doveva attendere la fine del millennio perché si aprisse un barlume di speranza per Montagna di Marzo; infatti risultarono vani tutti i tentativi fatti dalla Soprintendenza dal 1994 in poi per chiedere la costituzione di un parco archeologico ed in primis per l'esproprio di tutta l'area che attualmente risulta di proprietà privata. I primi nuovi passi furono fatti mediante due importanti scavi fatti dal dott. Lorenzo Guzzardi, già responsabile della sezione archeologica della Soprintendenza di Enna. Il primo scavo, cominciato il 1 luglio del 1998 e protrattosi fino a settembre, è stato effettuato sia a ridosso del muro di cinta orientale su un saggio di Mussinano del 1967 e sia al centro del piano città dove emergeva un muro perimetrale di edifici. Qui sono stati messi in luce alcuni settori della città con l'individuazione di resti di edifici di età ellenistica, romano-repubblicana e tardo romana confermando l'ipotesi della notevole estensione dell'abitato tra i più grossi ed importanti dell'isola di quel periodo. Un altro scavo nella necropoli d’oriente ha individuato un settore di latomie per l'estrazione di conci utilizzati negli edifici di età greca ed anche di portelli di chiusura delle tombe a camera. Dal punto di vista scientifico lo scavo ha permesso di studiare la planimetria dell'abitato, leggendone l'impianto urbano in modo alquanto dettagliato. Nel sito dunque sono state rilevate tracce significative che confermano l'esistenza della città dal periodo ellenistico all'età romano-repubblicana. Tra i reperti più importanti rinvenuti è una grossa porzione di statua femminile panneggiata in calcare. Sono state recuperate un certo numero di iscrizioni greche di età ellenistica su oggetti fittili e parecchi frammenti di graffiti su intonaco di epoca tardo-ellenistica. Graffiti in lingua greca e immagini, come il rostro di una nave e una figurina itifallica, sono stati recuperati in intonaci nei pressi dell'odeon. Datazioni attendibili possono essere fatte attraverso l'osservazione e lo studio di questi graffiti. Va osservato che essi non appartengono alla tipologia di quelli trovati nei vasi greci da L. Mussinano che invece erano in alfabeto greco arcaico e in lingua sconosciuta verosimilmente indigena. Un ulteriore e prezioso contributo alla conoscenza dell'antico sito è stato offerto dallo scavo effettuato da Lorenzo Guzzardi nell'estate del 1999 quando una felice intuizione del ricercatore ha portato alla scoperta di un odeon di età ellenistica databile tra il III e il I sec. a.C. nascosto da quella che sembrava una collinetta naturale a ridosso delle mura orientali. La cavea di grande ampiezza, la gradinata su cinque livelli discretamente conservata, la presenza di una cisterna alla sua sinistra e di un plinto alla sua destra, fanno immaginare che l'edificio potesse avere funzioni diverse, da quella ludica a quella pubblica, ipotesi suffragata dal fatto che sono state rinvenute alcune maschere e diverse fuseruole fittili con iscrizioni in greco di nomi patronimici con una numerazione (ora allo studio di un’équipe di epigrafisti dell’Università “La Sapienza” di Roma sotto la guida di Mario Mazza). A tale proposito va ricordato che altre simili museruole erano state ritrovate in passato da Mussinano e inviate al Museo di Agrigento. Queste erano state definite come glandes, cioè “proiettili” in terracotta rosa o giallina di forma ovoidale, con buco ai due poli, del peso medio di gr. 35, sui quali, prima della cottura, erano state incise circolarmente iscrizioni con nomi personali seguiti da un numerale segnato secondo il principio acrofonico o da aste (Manganaro 1999). Circa l'ellenizzazione del centro indigeno di Montagna di Marzo l'ipotesi più accreditata è che essa può essere avvenuta già nella prima metà del VI secolo avanti Cristo, testimoniata dalla importazione dei vasi corinzi; tuttavia la presenza dell'onomastica indigena fino al V sec. fa supporre che la penetrazione greca non sia stata repentina, ma graduale. Il sito ciò nondimeno è stato abitato senza apparente soluzione di continuità fino ad epoca bizantina, ipotesi confortata dalla presenza sul piano città di una necropoli adiacente ad un’abside. Stato attuale del sito. L'insediamento della città si estende per venti ettari sull'altopiano di Montagna di Marzo, mentre tutta l'area archeologica comprende circa ottanta ettari la cui geografia ed estensione è stata più sopra riferita. A nord dell'acropoli alla base del dirupo naturale si estende una necropoli, di larghezza di più di un chilometro e di lunghezza ancora maggiore che è stata oggetto di spoliazioni sistematiche da parte dei tombaroli la cui attività è stata ininterrottamente vivace per oltre mezzo secolo, ma si hanno notizie di saccheggi per tutto il XX secolo. I frammenti fittili osservabili in questa zona vanno dal VI sec. a.C. fino alla tarda età romana. Le tombe della necropoli Nord sono a fossa nella pianura ed a camera nei declivi. Anche sotto tutta la cinta muraria di nord-est vi sono tombe a camera che vanno dal VI sec. al I sec. a.C. e la loro presenza, come riferito, giunge fino all'estremo sud-est. Questa necropoli comprende le famose tombe a camera scoperte da L. Mussinano e la latomia messa in luce da L. Guzzardi. Altre necropoli sono lungo i declivi, appena sotto le mura, a sud e ad ovest, mentre grandi estensioni cimiteriali si trovano nelle scarpate del Vallone Ruggello, nei mandorleti di sud-ovest nei pressi della casa Cammarata, lungo la vallata Bonifacci e in tutta la vasta zona di Ramursura. Si ipotizza che il numero delle tombe violate dagli scavi clandestini sia di oltre 4.000, mentre soltanto il 10% è stato individuato e scavato dalla Soprintendenza: questo fatto, solo apparentemente paradossale, rende conto dell'incalcolabile danno al patrimonio culturale che, smembrato e decontestualizzato, ha alimentato i mercati mondiali del collezionismo privato e pubblico. L'impianto urbanistico della città segue uno schema di tipo ippodameo con una divisione ortogonale di due strade principali che suddividevano l'abitato in fasce parallele. La datazione della città nella sua impostazione definitiva si può porre alla fine del IV sec. a.C., in età timoleontea, ma la sua esistenza si protrae fino all'epoca romana repubblicana. Le strutture (osservazioni stratigrafiche e piani di calpestio capannicoli) che testimoniano la frequentazione del sito nella remota antichità, come altrove viene riferito, vanno dalla età del bronzo fino ad età sicula e poi ancora fino alla completa ellenizzazione. Le strutture e i materiali messi in luce fino ad oggi attraverso scavi ufficiali sono: A circa 500 metri dalla collina dove sorgeva la città, sul margine meridionale del grande pianoro coltivato a mandorleto: una zona sacra (scavo del 1986) comprendente diverse are e basamenti di tempietti, nonché piccoli ambienti correlati all'attività sacrificale si estende ad ovest fino al dirupo del Vallone Ruggello. A circa 100 m. a nord-est sono i resti di un edificio comprendente un'ara sacrificale con pozzetto per offerte votive (detta ara di Demetra) intorno alla quale era stata deposta una gran quantità di ceramica ellenistica. Una vasta necropoli con tombe a fossa a sud del suddetto pianoro nei pressi della casa Cammarata attualmente riportato a coltivazione e irrimediabilmente depredato. La vasta necropoli di contrada Ramursura con tombe a camera (e molte con dromos) la cui area si presenta ancora in buona conservazione. Nella vasta zona ricade pure una latomia e un'altra cava più a settentrione ai margini del vallone Bonifacci. La necropoli nord ricca di frammenti che vanno dal periodo greco alla tarda età romana e le cui tombe sono a fossa nelle zone pianeggianti e a camera lungo i declivi. La necropoli est, come già riferito, presenta lungo tutto il lato nord-est un gran numero di tombe, quasi tutte a camera databili dal VI sec. a.C. all'epoca ellenistica, scavate nel tufo e che raggiungono spesso le fondamenta della città. Questa è stata la zona più ricca e significativa i cui corredi (quelli che si sono potuti recuperare) hanno offerto una vasta quantità di reperti (dai vasi con graffiti alle armature). Mura di cinta in diversi punti della collina che hanno permesso di stabilirne i limiti urbani. Un edifico ellenistico all'estremità sud-est della città. Svariati resti di edifici che vanno dal V sec. a.C. fino all'epoca ellenistica e romana sono stati evidenziati in saggi sul piano città nonché resti di un sacello sull'acropoli e molte cisterne in varie zone del pianoro. Resti di una necropoli bizantina nella zona dell’acropoli dove, come pareti tombali, furono utilizzati residui di muri di abitazione e di terrazzamento. Le tombe trovate (Mussinano 1966) furono più di trenta quasi prive di corredo. Resti di una necropoli bizantina nel centro-città a circa 60 metri da un'abside bizantina affiorante. L’abside è letteralmente riempita del suo stesso crollo il cui scavo certamente restituirebbe ulteriori e interessanti dati. Imponenti resti di una torre monumentale compresa nel muro di cinta (accanto alla porta meridionale) nella zona sud-est della città con edifici greci del VI sec. a.C. e uno strato preistorico subito dietro la cinta muraria. Un odeon di età ellenistica, a ridosso della cinta muraria d'oriente, del diametro di 37 metri il cui utilizzo pare di tipo polifunzionale. Accanto ad esso è una cisterna e un plinto calcareo di ancora incerto uso (ara, basamento, ...). I reperti recuperati, dal vasellame alle monete, dalle maschere ai pesi fittili, dai bronzetti ai piccoli gioielli, dalle armature ai frammenti di statue alla più svariata oggettistica si trovano sparsi nei musei di Siracusa, Agrigento, Lentini, Caltanissetta oltre che nei magazzini della Soprintendenza. Il problema dell’identificazione Arduo si è presentato finora il problema dell’identificazione del sito di Montagna di Marzo. Il cronista Goffredo Malaterra, che racconta le gesta del Conte Ruggero fino al 1098, menziona il centro abitato di Naurcium (forse forma corrotta di Marcium o Martium) insieme a quello di Anattor (Monte Naone?) nel territorio di Piazza. Il conte Ruggero lungo la direttrice Troina-Agira-Naurcium-M. Naone diede il guasto alle campagne di Nicosia e di Enna. Se così è stato, Montagna di Marzo-Naucium deve essere stato al tempo dei normanni un borgo di prevalente popolazione musulmana. Un altro contributo è stato offerto da Dinu Adamesteanu (1962), il quale la identificherebbe con Motyon. Nel triangolo geografico “Monte Naone-Monte Manganello-Montagna di Marzo” vicino al sito di Lavanca Nera si sarebbe svolta la sconfitta di Ducezio, condottiero della famosa Lega sicula. Con le suddette supposizioni non si risolve comunque il problema del nome della città antecedente e cioè di quella greca e poi romana. In epoca romana a Montagna di Marzo è probabile che si sia stanziata una guarnigione mamertina (ritrovamento di monete mamertine) e che essa sia stata consacrata al loro dio Marte facendo assumere alla città il nome di “(oppidum) Mamertium” da cui deriverebbe il nome attuale di Marzo. Alla fine della prima guerra punica la Sicilia divenne provincia romana e all’inizio della seconda guerra punica, dopo la battaglia di Canne, può darsi che, alla stessa maniera di Morgantina (214 a.C.), possa aver subito la punizione romana per aver parteggiato a favore dei cartaginesi. Il declino della città può essere avvenuto proprio con l’assoggettamento alle esigenze di Roma che trasformò la sua vita economica tradizionale basata sull’agricoltura intensiva, l’allevamento e l’artigianato, in monocoltura estensiva cerealicola praticata mediante l’impiego di masse di schiavi (Nigrelli 1989). Si è discusso a lungo da parte degli studiosi, ma, si sa, senza una prova evidente il procedimento indiziario ha la sua validità, ma anche un suo limite. In altri termini, occorre che in tale percorso convergano più indizi, almeno una testimonianza epigrafica e/o una prova numismatica, cioè un rinvenimento eccezionale di monete coniate nella città (vedi Morgantina dove venne trovata perfino la zecca). Il recente scavo di Guzzardi del 1999 nell’area dell’odeon ha recuperato tra l’altro anche ghiande fittili con iscrizioni recanti nomi di persona col relativo patronimico (nomi italici, siculi, punici) e queste saranno messe in relazione con le altre dieci che si conservano al museo di Agrigento e che provengono dallo stesso sito, ma, pur ritenendo questi reperti estremamente interessanti per la comprensione dell’organizzazione sociale della città di Montagna di Marzo prima dell’occupazione romana, tuttavia non pare che possano apportare contributi al problema dell’identificazione della città stessa. Si è affacciato da alcuni anni, ad identificare la città di Montagna di Marzo, il nome di Erbesso, la città ricordata da Diodoro e da Polibio. é il caso di ricordare che la Sicilia antica ebbe due città di tal nome, una nel siracusano e l’altra nell’agrigentino. Per quest’ultima Tolomeo pone il sito a sud-ovest di Enna e quindi, considerando l’approssimazione delle conoscenze geografiche del tempo, in una località coincidente con Montagna di Marzo (Villari L. 1987). L’ipotesi si basa anche sul presunto recente ritrovamento nel sito di un incerto numero di monete di quella città. Tale notizia non risulta sia stata verificata poiché si basa sulla vox populi dell’improvvisa comparsa sul mercato di notevoli quantità di monete di Erbesso provenienti, pare, dalla Montagna di Marzo. Di indubbio interesse risulta lo studio numismatico ed epigrafico di G. Manganaro (1999) tendente a dimostrare l’identificazione di Montagna di Marzo con Herbessos. Egli si basa sull’analisi delle fonti storiografiche oltre che sulla citazione del ritrovamento, nei primi decenni del secolo scorso, di alcuni ripostigli di monete di bronzo nell’area di Montagna di Marzo (P. Orsi 1909 e 1930). Se quanto detto ha una attendibilità, il problema della identificazione non dovrebbe essere lontano dalla sua soluzione, tuttavia la necessaria verifica dei ritrovamenti numismatici non potrà non essere suffragata da altri e più certi riscontri. © Sebi Arena |




