Villa Romana del Casale PDF Stampa E-mail
A circa 3 km. a sud-ovest di Piazza Armerina (I.G.M. 268, II, SE), nell’ultima propaggine sud del Monte Mangone, immerso nell’amenità di una valletta che verdeggia di pini, olmi, pioppi, noccioli, è ubicato il complesso monumentale noto come Villa Romana del Casale.
Si tratta di una lussuosa dimora (recentemente riconosciuta dall’UNESCO e inserita nel “patrimonio dell’Umanità”) pertinente a un abitato rurale che ricade nell’ambito di un latifondo dell’alta valle del fiume Gela e collegata alla vicina statio Philosophiana lungo la via pubblica Catania-Agrigento menzionata nell’Itinerarium Antonini. Essa sorge presso il corso d’acqua, che diventerà più a valle il fiume Gela, sui resti di un insediamento rustico precedente.
Già nel XVII sec. lo storico gesuita piazzese G.P. Chiarandà riferiva che ai pie’ d’un altro Monte Mangone (nome arabo che significa fortezza) si scorgono rouine d’habitatione, di cui ne meno si sa il nome, da Piazza si vien detto Casale de’ Saracini, secondo nota il Verso. Con tutto ciò egli stima essere stata fabricata da Cartaginesi, per le molte monete alla giornata, d’oro, d’argento e d’altri metalli con lettere puniche (Chiarandà 1664, l.I, Cap.I).
Un certo Romano Sabatino nel 1812 effettuò la scoperta di un pregevole pavimento (stanza del mosaico perduto) dell’estensione di m. 5,60 x 4,40 formato da tessere policrome al centro del quale erano le lettere S T G. Il barone Salvatore Trigona di Gerace, proprietario del fondo, fece smontare e trasferire il mosaico nella camera da letto della sua casa in Piazza Duomo a Piazza Armerina (Piazza 1929). La curiosa coincidenza acronima col nome del proprietario del fondo ci fa malignare per un rimaneggiamento del mosaico pro domo sua.
Va ricordato che gli scavi effettuati dagli stessi contadini del luogo già nella seconda metà del XIX sec., insieme alla intensa antropizzazione rurale del luogo, hanno cancellato ogni segno di testimonianza stratifica al punto da far dire a A. Carandini di non aver trovato traccia di civiltà musulmana in loco.
Nel 1881 il Municipio di Piazza affidò all’Ing. Luigi Pappalardo uno scavo d’assaggio la cui interessante relazione dovrebbe trovarsi nell’archivio comunale di Piazza Armerina, ma che alcuni interessanti passi sono riferiti dal prof. Filippo Piazza (1929).
Negli anni venti, trenta e quaranta del secolo scorso furono effettuati i primi sopralluoghi (Piazza F. 1929) e saggi da parte di P. Orsi e B. Pace, ma l’analisi stratigrafica, specialmente per le testimonianze medievali, fu pressoché perduta con gli scavi degli anni ’50 quando fu messo in luce in maniera globale tutto il monumento; solo negli anni ’70 fu effettuato un saggio stratigrafico (Ampolo 1971) che ne potenziò l’interesse storico.
Nel luglio 1983 a compimento di un programma di interventi protettivi della Soprintendenza di Agrigento fu ripresa la campagna di scavi che mirava alla stratigrafia delle fasi medievali, al completamento dell’area a sud, ovest e nord-est, al riconoscimento del perimetro e dei limiti della villa tardo-romana e dell’insediamento medievale, agli scavi del territorio nel raggio del latifondo (De Miro E., 1983). In quell’occasione furono messi in evidenza tre livelli medievali: un primo livello nei pressi del piano di calpestio tardo-romano in cui venne rinvenuta ceramica c.d. arabo-normanna (brocche e vasi da filtro, scodelloni carenati invetriati e non, lucerne a largo cannello centrale a colletto svasato, brocche e anfore comuni, olle monoansate, grandi piatti a coppa fonda e orlo orizzontale solcato e con bottoni a rilievo); un secondo livello (muri cementati su fondazioni di muro romano) con ceramica invetriata e stagnata e monete “aragonesi”; infine un terzo livello da riferirsi all’ultima fase di vita, del XVII e forse del XVIII sec., con prevalenza di ceramica stagnata colorata, ma soprattutto bianca (De Miro 1983).



 

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