Proposta per un parco a Montagna di Marzo PDF Stampa E-mail
Lavori Scientifici e documenti

Proposta per un parco archeologico e naturalistico a Montagna di Marzo
(in attuazione della L.R. 3 novembre 2000, n. 20, Tit. II, Art. 20 e segg.)

Montagna di Marzo offre, dall'acropoli in giù ed entro la cinta muraria, l'immagine di una delle più grandi città pre-greche della Sicilia: Erbesso. Il sito, sorto come città sulle vestigia di un antico villaggio indigeno, interagì con tutte le culture successive fino al medioevo ingigantendo le sue pertinenze non solo attraverso le fabbriche artigiane recentemente identificate, ma anche attraverso una serie quasi infinita di insediamenti e necropoli che, nei millenni, più che nei secoli, hanno costruito attorno alla città una imponente costellazione che oggi vive nei silenzi dei monti e delle grandi vallate di quei luoghi stupendi e così poco antropizzati che guardano dall'alto, non solo gli ampi boschi e le rade fattorie, ma soprattutto l'invaso dell'Olivo che segna lo spartiacque tra il territorio di Piazza Armerina e Barrafranca. La sera sulla cima, alle prime ombre, si accendono, come fantasmi di una vita lontana, le luci di tutti i paesi a corona sui colli: Barrafranca sembra proprio che si tocchi con mano e poi a destra Pietraperzia e poi Caltanissetta e dopo Enna sino all'Etna che svetta ampiamente coi suoi crateri innevati.

Se questo paesaggio unico in Sicilia, perché sposa l'archeologia antica, imponente per quantità e qualità nota ai trafficanti di tutto il mondo, e la unisce con la terra immensa e silenziosa e con i boschi e con i laghi, ne ricaviamo una identità omogenea perfettamente rientrante, non solo nella logica strutturale di un parco, ma esso stesso parco nel cuore di un itinerario unico che, attraverso brevi distanze, unirebbe il sito a quelli di Pietraperzia e di Barrafranca o a Monte Naone, ove sorge Stiela sive Hibla, anch'essa città pre-greca, a Monte Manganello e Cozzo Rametta con gl'insediamenti preistorici, alla vil-la romana del Casale ovviamente, e più oltre ancora fino alla villa romana di Rasalgone (identificata e mai scavata), sino a Rossomanno, sino a Morgantina, per chiudere sotto Enna verso l'altra villa romana di Geraci (identificata e mai scavata). Questa identità omogenea può rientrare a pieno titolo tra i parchi archeologici che verranno ipotizza-ti tra breve dall'amministrazione regionale dei Beni culturali.
L'attenzione e gli scavi recenti condotti dalla Soprintendenza ai Beni culturali di Enna, divengono così un primo investimento che pone importanti premesse per il futuro, un futuro che potrà essere rag-giunto e consolidato con la buona volontà e la collaborazione di tutti.

Geografia e geomorfologia dell'area

Il massiccio di Montagna di Marzo è ubicato a nord-ovest del centro urbano di Piazza Armerina, in una vallata prospiciente al torrente Olivo che forma l’omonimo invaso artificiale. La montagna, circondata da una corona di colline, offre dai suoi 700 m. una magnifica visione: a est il Cozzo Rametta, a sud il Monte Manganello con la contrada Rabottano e la contrada Critti, a ovest il Monte Polino, a nord il Monte Ramursura e le contrade Serra d’Api e Balatella, tutti luoghi di interesse archeologico.
I terreni affioranti di queste alture sono di origine esclusivamente sedimentaria e sono costituiti da depositi sabbiosi, con intercalazioni arenacee e limose, ascrivibili, al Pliocene superiore (Astiano). All'affioramento i depositi astiani sono dati da sabbie ben classate e con una microstratificazione millimetrica resa evidente da una leggera cementazione. Intercalati nelle sabbie si trovano livelli cementati, rappresentati in ordine di frequenza da calcareniti e meno comunemente da quarzareniti, di spessore variabile da pochi centimetri fino al metro.

Montagna di Marzo, dal punto di vista amministrativo, è territorio del Comune di Piazza Armerina (En). Cartograficamente, l’area proposta a parco si estende in una zona compresa tra le Tavolette “FRIDDANI” del Foglio 268 II NO, "VALGUARNERA CAROPEPE" del Foglio 268 II NE, “MONTE NAVONE” del Foglio II SO, "PIAZZA ARMERINA" del Foglio 268 II SE, della Carta d'Italia, cioè tra 37 gradi 24’48" e 37 gradi 26'19" latitudine Nord e tra 1 grado 49'30" e 1 grado 51'30" longitudine Est rispetto al meridiano di Roma-M.Mario.
Il monte, che dai lati nord ed est è naturalmente difeso da pendii molto acclivi, degrada in maniera più dolce verso sud-ovest. Esso è rimboschito alla base della pendice occidentale con pini d’Aleppo ed eucalipti fin ai valloni Ruggello e Bonifacci, per estendersi su tutta la contrada Ramursura. Tutto il pianoro sommitale e il declivio meridionale, attualmente utilizzati a pascolo, presentano i segni dell'aratura e delle tradizionali coltivazioni a cereali, mentre il vasto pendio di sud-ovest è coltivato a mandorleto. Particolarmente ricco di acqua doveva essere tutto il sito se ancor oggi negli anfratti delle pendici del monte si notano diverse sorgenti d'acqua e molti pozzi e cisterne sono state individuate tra i ruderi del piano-città. Nelle valli d'intorno scorrono abbondanti corsi d'acqua soprattutto in quella di sud-est dove il torrente Olivo è stato recentemente sbarrato a formare l'invaso omonimo.

Da Piazza Armerina si giunge nel sito attraverso la strada che porta al convento francescano di S. Maria di Gesù in Contrada Ramaldo proseguendo in salita verso la contrada Candiglia. Indi la strada scende a stretti tornanti nella valletta del fiume di Giozzo per poi risalire fino a un rettilineo in lieve salita. Alla fine del rettilineo la strada discende verso a destra fino a giungere al Vallone Grande per costeggiarlo superando la confluenza col torrente Olivo, costeggiando il quale per circa 750 metri, sulla strada provinciale, ci si immette sulla destra in una mulattiera che conduce, dopo circa due chilometri alla cosiddetta porta d’oriente dell'antica città.

L'ambiente naturalistico

Montagna di Marzo è un massiccio isolato collocato al centro di una vasta conca formata dai torrenti Furma e Olivo ad oriente, mentre ad occidente è delimitata dai torrenti Vituggi, Bonifacci e Ruggello. La vallata meridionale è occupata, per il recente sbarramento del torrente Olivo, da un invaso artificiale creato nell'ambito di un piano di conservazione e razionalizzazione delle risorse idriche.
Tutto il pianoro della montagna, già coltivato estesamente a cereali, da alcuni anni viene lasciato a pascolo mentre parte dei pendii di sud ovest sono coltivate a mandorleto. L'area occidentale, che corri-sponde alla proprietà demaniale, è rimboschita specialmente con eucalipti (eucaliptus globulus e ca-maldulensis) e pino d'Aleppo (pinus halepensis), ma con qualche presenza arborea come la roverella; nel sottobosco è presente il cisto (cistus salvifolium), la ginestra (spartium junceum), l'assenzio selvatico (artemisia alba), ecc. Le aspre pendici settentrionali ed orientali sono caratterizzate da una ricca vegetazione spontanea dominata in gran parte dall'ampelodesmo tenax (lisa), dal foeniculum vulgare (finocchio selvatico) e dalla ferula communis (le cui radici micorrizzano con i funghi del genere pleurotus ferulae). Molto pre-senti sono l'ecballium eliaterium (cocomero asinino), l'asphodelus aestivus, il timo (thymus vulgaris), varie specie di cardi, l'acanthus mollis (acanto o branca ursina). Nei pianori la buona stagione risplende di margherite gialle (antemis tinctoria), di rossi papaveri (papaver rhoeas), di giaggioli (iris lutescens), di linajola (linaria vulgaris). Nelle pendici delle colline di Cozzo Rametta e Manganello crescono lussureggianti le ginestre (spartium junceum) e le acacie (robinia pseudoacacia) in mezzo alla vegetazione di pini ed eucalipti. É stato visto il raro fiore del muscari neglectum nonché vari tipi di orchidacee. Inoltre, in tutte le zone non coltivate o ai loro margini crescono numerose altre piante (oltre alla pericolosa mandragora autumnalis) spontanee e commestibili tra cui il ricordato finocchio selvatico, l'asparagus acutifolius, varie famiglie di crocifere come la senape (sinapis canuta e la s.alba), la diplotaxis erucoides (in dial. piazzese "sanacioli"), la radicchiella verrucaria (cicorione), il soffione (tarassaco officinale), la malva (m. sylvestris), il dente di leone (leontodon crispus), la silene italica (d.p."scapti 'n frùnti"), lo hieracium praemorsum (d.p."cardedda"), ecc.
Oltre ai già ricordati funghi commestibili pleurotus ferulae (d.p."fungi d ferra"), correlati simbioti-camente alla pianta di ferula, è il caso di ricordare che sul pianoro incolto di Montagna di Marzo non è infrequente trovare il pleurotus eryngii (d.p. "fungi d pan càudu") che cresce in simbiosi col cardo (eryngium campestre) e il prataiolo (psalliota campestris). Altre varietà di funghi, come i coprini (coprinus comatus) sono frequenti nelle pianeggianti rive settentrionali dell'invaso Olivo, mentre lungo il torrente omonimo si trovano, in simbiosi coi pioppi, i pholiota aegerita (piopparelli). Vanno ricordati nei boschi di Ramursura il boletus granulatus e il tricholoma terreum.
Un capitolo a parte meriterebbe la vegetazione lacustre che sta colonizzando da alcuni anni le rive dell'invaso Olivo. Si comincia a notare la coda di cavallo acquatica (hippuris vulgaris), le canne, le felci, alcune giuncacee, la menta acquatica e varie euforbie, mentre alcuni alberi come i pioppi (populus nigra) e i salici bianchi (salix caprea) persistono lungo i torrenti che alimentano il bacino lacustre.


Riguardo alla fauna va fatto un cenno all'antica presenza dei rapaci notturni tra cui la civetta e il gu-fo, ma spesso librati nell'aria si notano, sia sul pianoro di Montagna di Marzo che nelle vallate adiacenti, varie specie di rapaci tra cui la poiana, lo sparviero (astore) e il falco pellegrino; specialmente nei boschi adiacenti è possibile osservare picchi, colombacci, taccole, passeri vari, corvi, calandre, allodole, ecc. Da sempre il territorio che descriviamo è stato meta di cacciatori (oggi fortunatamente molto meno) soprattutto per la presenza del coniglio selvatico e della lepre (quest'ultima ormai rara), ma comincia da alcuni anni a farsi notare la volpe, l'istrice e il riccio. Rettili come lucertole e bisce sono comunemente presenti in tutto il territorio collinare, mentre lungo i torrenti e sulle rive del lago sono abbondanti le rane e i rospi. Nell'invaso Olivo inoltre va ricordata la presenza di pesci d'acqua dolce come il pesce gatto, la tinca, la carpa, il luccio. Sulla Montagna di Marzo sono state notate varie specie di lepidotteri, imenotteri e coleotteri, nonché aracnidi di vario genere, manca tuttavia una sistematica osservazione.

Notizie sul sito

La popolazione di Piazza Armerina, a memoria d'uomo, ha sempre favoleggiato sulle ricchezze di Montagna di Marzo che denomina volgarmente "a muntagna a cucca". In dialetto piazzese la cucca è la civetta, intendendo così ricordare che su quella montagna nidificano le civette e dove venivano rinvenute monete su cui è riprodotto un rapace che azzanna una serpe . Montagna di Marzo è citata in scrit-ture di pubblici notai nel 1470 e viene ricordata come feudo nobile soggetto a servizio militare.
Le prime notizie scientifiche sull'antichità e importanza del sito sono di Paolo Orsi che nel 1930 descrive come "la Montagna di Marzo sia stata per lungo tempo, forse da secoli, terra di sfruttamento di cercatori di tesori e di antiquari. Lo sanno tutti i piazzesi e il mio schedario ricorda che di là venne sempre gran quantità di monete, di tutte le età, di tutti i metalli, vendute e disperse. Vi esistono grotte, sepolcri e ruderi mai esaminati da occhio esperto. Vi deve essere anche una più o meno vasta necropoli greca avendo dato vasellami corinzi ed attici ora in proprietà privata di Caltagirone. Mi si è parlato anche di frammenti di statue marmoree e persino di un piede di bronzo, che un maltese Lib. Scheraz, residente a Piazza e antiquario di professione, avrebbe venduto insieme a tanti altri oggetti provenienti dalla Montagna".
Si ha memoria di un enorme scempio condotto su larga scala negli anni '50 da scavatori clandestini nelle necropoli di sud-ovest e che attirarono finalmente l'attenzione degli studiosi, primo fra tutti Dinu Adamesteanu che, attraverso l'interpretazione aerofotogrammetrica , riconobbe la via d'accesso sul lato orientale sullo sperone roccioso di sud-est. Da quella che viene comunemente denominata Porta d'oriente si diparte una lunga via che si prolunga diritta e lievemente inclinata da est ad ovest fino all'acropoli, via che, da recenti saggi è intersecata ortogonalmente da altre strade evidenziando la struttura urbanistica di tipo ippodameo della città .
La prima campagna di scavi regolari fu condotta dall’11 al 30 giugno del 1962 dal prof. G. Vinicio Gentili che cercò di stabilire il limite meridionale della necropoli Est (che era stato utilizzato nel 1953 come cava di pietra). Lo scavo del Gentili fruttò il recupero di molte decine di statuine, testine, lucernette e maschere fittili nonché vari unguentari, tazze e una grande anfora vinaria.
Successivamente uno scavo venne affidato al prof. Vito Romano dal novembre 1965 al marzo 1966: in due campagne di scavo nelle necropoli furono trovate un centinaio di tombe del VI e V sec. a.C. e alcune con materiale bizantino. Il compianto prof. Vito Romano trovò pure la pianta di un piccolo edificio rettangolare di destinazione probabilmente sacra.
Una importante campagna di scavi fu avviata da Luigi Bernabò Brea, allora Soprintendente alle Antichità della Sicilia Orientale, nel 1966 e negli anni successivi. Fu il prof. Luigi Mussinano dell'Università di Trieste che, seppure con esigui stanziamenti di fondi e avvalendosi anche dell'ausilio di V. Romano e I. Nigrelli, riuscì a dimostrare e descrivere l'estensione della città effettuando scavi, dall'ottobre al dicembre 1966, nelle necropoli della scoscesa pendice orientale e alcuni significativi saggi sul piano città. Mussinano trovò tracce del muro di cinta su tutti i lati del pianoro tranne su quello della sommità dell'acropoli che si presenta naturalmente difeso per la sua ripidità. Egli descrisse ampiamente la tipologia muraria che talora sembra presentarsi come vero e proprio muro di cinta e talaltra come una fortificazione ad aggere. É probabile che il sistema ad aggere sia la fortificazione arcaica e l'altra sia comparsa all'inizio dell'ellenismo. D’altronde in vari punti delle pendici si notano tuttora conci di tufo ben squadrati certamente rovinati dall'alto. Mussinano mise in luce sull'acropoli una parte delle fondazioni delle mura di un sacello di epoca ellenistica dove furono recuperati molti frammenti di statuette fittili e due grandi busti di divinità femminili, uno dei quali pressoché intatto . Il sacello, che segue la direzione est-ovest e non fu completamente messo in luce, sicuramente supererebbe i 20 m. di lunghezza. Mussinano mise in evidenza la soglia dell’edificio formata da tre conci squadrati di tufo che mostrano i segni dei cardini e del battente.
Altri saggi e scavi condotti da Mussinano qua e là a sud dell’acropoli, permisero di comprendere, già allora, che la città seguiva un impianto ortogonale e che lo stanziamento antico era rimasto antropizzato fino ad epoca bizantina. Infatti, oltre ai resti di edifici ellenistici e romani furono scoperte una tomba bizantina a doppia volta (sull’acropoli) ed un’abside (più a sud nella zona della città). Il materiale più antico ritrovato risale alla seconda metà del VI sec. a.C. e proviene soprattutto dalle necropoli. Tuttavia il ritrovamento casuale di un’ascia neolitica nel 1966 e la messa in luce di uno strato preistorico durante un altro scavo, effettuato nell’inverno del 1967 sul muro orientale di cinta, ben si accordano con quanto evidenziato nella ricerca di L. Guzzardi del 1998, quando fu messa in luce una piccola zona capannicola preistorica nel sottosuolo del centro città. Questa evidenza, insieme con il recente ritrovamento di un grande villaggio preistorico sul Monte Manganello e Cozzo Comune , insieme con le osservazioni di resti preistorici sul Cozzo Rametta e altre colline viciniori, permette di supporre la suggestiva immagine di un grande complesso di villaggi preistorici che dai versanti collinari si affacciavano sulla grande vallata dell’Olivo e il cui fervore di contatti e di scambi è giustificato ampiamente dalla omogeneità tipologica delle tracce lasciate.
Il frutto più prezioso delle campagne di scavo di L. Mussinano, dal punto di vista storico e artistico è stato senza dubbio quello restituito dallo scavo della necropoli di nord-est o perlomeno delle poche tombe risparmiate dai tombaroli con il loro cronico e sistematico saccheggio. Sotto la cinta muraria so-no state trovate diverse file di tombe crollate quasi tutte a camera databili dalla fine del VI sec. a.C. all’epoca ellenistica. Nella parte più meridionale della stessa necropoli Est Mussinano trovò 14 tombe a camera non violate e quasi tutte esenti da crolli contenenti materiali databili dal VI al III sec. a.C. In al-cune di tali sepolture il corredo funebre superava anche il centinaio di pezzi. È rimasta famosa la cosiddetta tomba 31 (classificata provvisoriamente come 8). Mussinano così la descrive: … sono stati trovati due sarcofagi, l’uno intatto, l’altro rovesciato a causa di un piccolo crollo della volta, che contenevano i resti di due guerrieri. Nel sarcofago intatto lo scheletro aveva l’anello al dito, ai fianchi la spada e lo strigile. Sopra i coperchi erano stati poggiati i loro elmi e gli schinieri. La tomba … conteneva 133 pezzi, tra cui molti vasi di bronzo; però i vasi figurati (un’oinochoe trilobata ed una kylix, ambedue a figure nere, deposte su un’unica kline ricavata nella parete di fondo), erano solo due. Sono state trovate anche due oinochoai trilobate col corpo a forma di testa femminile e tre vasi contenenti resti di cibo. Al suolo a livello della deposizione più bassa e sulla kline sono stati trovati 11 vasi, quasi tutti a vernice nera (7 tra kylikes e coppe, un fondo di kylix, uno skyphos, una piccola oinochoe trilobata col corpo molto schiacciato, e una piccola brocchetta), tutti con iscrizioni in alfabeto greco, graffite in una lingua probabilmente non greca; alcune delle lettere adoperate trovano riscontro per la loro forma in iscrizioni sicule. Queste iscrizioni sono in parte ripetute con aggiunte e varianti, cosicché in tutto vi sono solo otto parole, nessuna delle quali però sembra simile a quelle poche sicuramente sicule che da glosse o iscrizioni noi conosciamo.
La scoperta di questi e di altri graffiti a Montagna di Marzo ha portato luce nuova sulle ricerche degli studiosi aprendo un affascinante momento di ipotesi sugli indigeni dell'isola.
Dopo gli ultimi scavi condotti da Mussinano nel 1968, fu fatto dallo stesso un lungo e delicato lavo-ro di inventario con descrizione dei corredi funerari e di tutti i reperti immagazzinati. Le fotografie dei reperti eseguite nell'estate del 1971 furono consegnate alla Soprintendenza di Agrigento nel gennaio del 1972.
Il sito, dopo uno scavo del 1986 quando fu scoperta un'area sacra a sud ovest della città, cadde nell'oblio e (tranne un piccolo scavo dei primi anni novanta), si doveva attendere la fine del millennio per-ché si aprisse un barlume di speranza per Montagna di Marzo; infatti risultarono vani tutti i tentativi fatti dalla Soprintendenza dal 1994 in poi per chiedere la costituzione di un parco archeologico ed in primis per l'esproprio di tutta l'area che attualmente risulta di proprietà privata. I primi nuovi passi furono fatti mediante due importanti scavi fatti dal dott. Lorenzo Guzzardi, responsabile della sezione archeologica della Soprintendenza BB.CC. AA. di Enna. Il primo scavo, cominciato il 1 luglio del 1998 e protrattosi fino a settembre, è stato effettuato sia a ridosso del muro di cinta orientale su un saggio di L. Mussinano del 1967, sia al centro del piano città dove emergeva un muro perimetrale di edifici. Qui sono stati messi in luce alcuni settori della città con l'individuazione di resti di edifici di età ellenistica, romano-repubblicana e tardo romana confermando l'ipotesi della notevole estensione dell'abitato tra i più grossi ed importanti dell'isola di quel periodo.
Un altro scavo nella necropoli Est ha individuato un settore di latomie per l'estrazione di conci utilizzati negli edifici di età greca ed anche di portelli di chiusura delle tombe a camera. Dal punto di vista scientifico lo scavo ha permesso di studiare la planimetria dell'abitato, leggendone l'impianto urbano in modo alquanto dettagliato. Nel sito dunque sono state rilevate tracce significative che confermano l'esistenza della città dal periodo ellenistico all'età romano-repubblicana. Tra i reperti più importanti rinvenuti è una grossa porzione di statua femminile panneggiata in calcare. Sono state recuperate un certo numero di iscrizioni greche di età ellenistica su oggetti fittili e parecchi frammenti di graffiti su intonaco di epoca tardo-ellenistica che saranno oggetto di attento studio oltre ad oggetti ceramici corinzi.
Un ulteriore e prezioso contributo alla conoscenza dell'antico sito è stato dato dallo scavo effettuato da L. Guzzardi nell'estate del 1999 quando una felice intuizione del ricercatore ha portato alla scoperta eccezionale di un odeon di età ellenistica databile tra il III e il I sec. a.C. nascosto da quella che sem-brava una collinetta naturale a ridosso delle mura orientali. La cavea di grande ampiezza, la gradinata su cinque livelli discretamente conservata, la presenza di una cisterna alla sua sinistra e di un plinto alla sua destra, fanno immaginare che l'edificio potesse avere funzioni diverse, da quella ludica a quella pubblica, ipotesi suffragata dal fatto che sono state trovate alcune maschere e diverse fuseruole fittili con iscrizioni in greco di nomi patronimici con una numerazione.
L'ipotesi più accreditata è che l'ellenizzazione del centro indigeno di Montagna di Marzo può essere avvenuto già nella prima metà del VI secolo avanti Cristo, testimoniata dalla importazione dei vasi co-rinzi; tuttavia la presenza dell'onomastica indigena fino al V sec. fa supporre che la penetrazione greca non sia stata repentina, ma graduale.

Stato attuale del sito

L'insediamento della città si estende per venti ettari sull'altopiano di Montagna di Marzo, mentre tutta l'area archeologica comprende circa ottanta ettari la cui geografia ed estensione è stata più sopra riferita. A nord dell'acropoli alla base del dirupo naturale si estende una necropoli, di larghezza di più di un chilometro e di lunghezza ancora maggiore che è stata oggetto di spoliazioni sistematiche da parte dei tombaroli la cui attività è stata ininterrottamente vivace per oltre mezzo secolo, ma si hanno notizie di saccheggi per tutto il XX secolo. I frammenti fittili osservabili in questa zona vanno dal VI sec. a.C. fino alla tarda età romana. Le tombe della necropoli Nord sono a fossa nella pianura ed a camera nei declivi.
Anche sotto tutta la cinta muraria di nord-est vi sono tombe a camera che vanno dal VI sec. al I sec. a.C. e la loro presenza, come riferito, giunge fino all'estremo sud-est. Questa necropoli comprende le famose tombe a camera scoperte da L. Mussinano e la latomia messa in luce da L. Guzzardi.
Altre necropoli sono lungo i declivi, appena sotto le mura, a sud e ad ovest, mentre grandi estensioni cimiteriali si trovano nelle scarpate del Vallone Ruggello, nei mandorleti di sud-ovest nei pressi della casa Cammarata, lungo la vallata Bonifacci e in tutta la vasta zona di Ramursura.
Si ipotizza che il numero delle tombe violate dagli scavi clandestini sia di oltre 4.000, mentre soltanto il 10% è stato individuato e scavato dalla Soprintendenza: questo fatto, solo apparentemente paradossale, rende conto dell'incalcolabile danno al patrimonio culturale che, smembrato e decontestualizzato, ha alimentato i mercati mondiali del collezionismo privato e pubblico.
L'impianto urbanistico della città segue uno schema di tipo ippodameo con una divisione ortogonale di due strade principali che suddividevano l'abitato in fasce parallele. La datazione della città nella sua impostazione definitiva si può porre alla fine del IV sec. a.C., in età timoleontea, ma la sua esistenza si protrae fino all'epoca romana repubblicana. Le strutture (osservazioni stratigrafiche e piani di calpestio capannicoli) che testimoniano la frequentazione del sito nella remota antichità, come altrove viene rife-rito, vanno dalla età del bronzo fino ad età sicula e poi ancora fino alla completa ellenizzazione.
Le strutture e i materiali messi in luce fino ad oggi attraverso scavi ufficiali sono:

  • A circa 500 metri dalla collina dove sorgeva la città, sul margine meridionale del grande pianoro coltivato a mandorleto: una zona sacra (scavo del 1986) comprendente diverse are e basamenti di tempietti, nonché piccoli ambienti correlati all'attività sacrificale si estende ad ovest fino al dirupo del Vallone Ruggello. A circa 100 m. a nord-est sono i resti di un edificio comprendente un'ara sacrificale con pozzetto per offerte votive (detta ara di Demetra) intorno alla quale era stata deposta una gran quantità di ceramica ellenistica.
  • Una vasta necropoli con tombe a fossa a sud del suddetto pianoro nei pressi della casa Camma-rata attualmente riportato a coltivazione e irrimediabilmente depredato per il 90%.
  • La vasta necropoli di contrada Ramursura con tombe a camera la cui area, per la buona conservazione delle tombe, meriterebbe un immediato recupero.
  • La necropoli nord ricca di frammenti che vanno dal periodo greco alla tarda età romana e le cui tombe sono a fossa nelle zone pianeggianti e a camera lungo i declivi.
  • La necropoli est, come già riferito, presenta lungo tutto il lato nord-est un gran numero di tombe, quasi tutte a camera databili dal VI sec. a.C. all'epoca ellenistica, scavate nel tufo e che raggiungono spesso le fondamenta della città. Questa è stata la zona più ricca e significativa i cui corredi (quelli che si sono potuti recuperare) hanno offerto una vasta quantità di reperti (dai vasi con graffiti alle armature).
  • Mura di cinta in diversi punti della collina che hanno permesso di stabilirne i limiti urbani.
  • Un edifico ellenistico all'estremità sud-est della città.
  • Svariati resti di edifici che vanno dal V sec. a.C. fino all'epoca ellenistica e romana sono stati e-videnziati in saggi sul piano città nonché resti di un sacello sull'acropoli e molte cisterne in varie zone del pianoro .
  • Resti di una necropoli bizantina nel centro-città a 60 metri circa di un'abside bizantina affiorante.
  • Imponenti resti di una torre monumentale compresa nel muro di cinta (accanto alla cosiddetta porta d'oriente) nella zona sud-est della città con edifici greci del VI sec. a.C. e uno strato preistorico subito dietro la cinta muraria.
  • Un odeon di età ellenistica, a ridosso della cinta muraria d'oriente, del diametro di 37 metri il cui utilizzo pare di tipo polifunzionale. Accanto ad esso è una cisterna e un plinto calcareo di ancora incerto uso (ara, basamento?).
  • I reperti recuperati, dal vasellame alle monete, dalle maschere ai pesi fittili, dai bronzetti ai piccoli gioielli, dalle armature ai frammenti di statue alla più svariata oggettistica si trovano sparsi nei musei di Siracusa, Agrigento, Caltanissetta oltre che nei magazzini del Palazzo Trigona di Piazza Armerina.

Un sistema integrato

In attuazione della legge regionale 1 agosto 1977 n. 80, con la quale la Regione Siciliana istituiva "un sistema di parchi archeologici per la salvaguardia, la gestione, la conservazione e la difesa del patrimonio archeologico siciliano e per consentire migliori condizioni di fruibilità a scopi scientifici, sociali, economici e turistici dello stesso" , il fulcro del progetto non può che essere la Montagna di Marzo, ma il coinvolgimento a fasce deve potersi estendere alle colline che le fanno da corona perché, non solo hanno grande valenza naturalistica e paesaggistica, ma pure archeologica. É appena il caso di ricordare che Monte Manganello a sud presenta sulla sua cima i segni di un antico sito ellenizzato, mentre, nel tratto della sella che forma con Cozzo Comune, recentemente è stato messo in luce da L. Guzzardi un villaggio preistorico della tarda età del rame che, peraltro era stato studiato dal Gruppo Archeologico "Ibla Erea" di Piazza Armerina durante tutto l'anno 1998.
La collina di Rametta a est presenta sulla cima le tracce di un borgo arabo, mentre sul suo pendio meridionale sono stati trovati i segni di un insediamento preistorico probabilmente coevo a quello di Monte Manganello. A est di Montagna di Marzo, ai piedi del Monte Polino e in contrada Serra Croce sono stati osservati i segni di fattorie ellenistiche, mentre a nord-est in contrada Balatella esiste un interessante sito archeologico mai oggetto di scavo ufficiale .
La prima fascia (zona A) - archeologica - che comprende tutta la Montagna di Marzo, ovviamente si allarga a tutte le necropoli che sono state menzionate, prima fra tutte quella di Ramursura la quale, forse da sola, potrebbe costituire un affascinante percorso di fruizione turistica.
La seconda fascia (zona B), quella di rispetto, comprenderà tutta la vallata orientale il cui limite sarà il torrente Olivo, la strada provinciale sulla riva dell'invaso omonimo a sud, il torrente dei valloni Vituggi, Bonifacci e Ruggello a ovest, la strada provinciale a nord.
La terza fascia (zona C) riguarda l'area di interesse paesaggistico, anche se vi giacciono zone di presenza archeologica: a nord includerà la Serra e il Bosco di Bubudello, il M. Ramursura, parte delle con-trade Serra d'Api e Balatella; a est le contrade di Gennavì e Vallegrande fino a includere il Cozzo Rametta; a sud saranno inclusi l'invaso Olivo e le sue adiacenze nella contrada Rabottano con Monte Manganello, Cozzo Comune e il Vallone Cannella; a sud-est sarà inclusa parte della contrada Critti e ad est il Monte Polino insieme a Serra Croce. Va fatto osservare che la gran parte della fascia appena proposta è rimboschita ed è di competenza dell'Azienda Forestale. In base alla situazione di interesse archeologico e paesaggistico esistente, ci sembra di poter indivi-duare le relative zone che sono rappresentate nei grafici allegati. Il primo passo, dopo gli adempimenti legislativi dell'Assessorato regionale competente finalizzati alla creazione del parco, dovrebbe essere costituito dalla pianificazione dei meccanismi di gestione atti a consentire prioritariamente l'esproprio della Montagna di Marzo, attualmente di proprietà privata e dal ripristino della viabilità e del naturale percorso d'entrata al piano città.
Tutto si svolgerà secondo i dettami della L.R. 3 nov. 2000 n. 20 Tit. II. e art. 5 del Tit. III.
La zona, da questo momento in poi, diventerebbe la sede di un cantiere archeologico non più abbandonato (come invece sta accadendo finora), sotto la naturale protezione degli organi di tutela. Risulta evidente come la nostra proposta, per essere concreta e non solamente velleitaria, abbia bisogno di un oculato statuto in un consorzio di Comuni, e cioè tra quello di Piazza Armerina, Enna e Barrafranca e mediante il contributo della provincia regionale di Enna e di fondazioni create ad hoc, nonché del coinvolgimento di tutte le associazioni culturali operanti a vario titolo nel settore dei beni culturali ed am-bientali, per programmare ed organizzare lo scavo completo della città e gestire ogni aspetto del parco. Naturalmente è necessario individuare i ruoli e le competenze dei vari soggetti interessati a interagire non dimenticando quelli cui spettano i provvedimenti cautelativi (vincoli).
Dovrebbe essere steso, dopo lo statuto, uno schema generale di pianificazione sulla base analitica di un censimento e di un monitoraggio sia della presenza archeologica e sia delle attività agro-pastorali o di altro genere esistenti nel territorio proposto, individuando, dopo quello dello scavo della città, le priorità d'intervento sul restante circondario.
Tra i vari benefici, primario sarebbe l'incentivo occupazionale, specialmente quello giovanile, che potrebbe essere soddisfatto dalla creazione di cooperative e da ditte specializzate sia nello scavo che nel restauro. Una voce a sé dovrebbe essere quella della creazione di percorsi turistici gestiti, già nelle primissime fasi, da associazioni di volontariato o da cooperative, considerando che l'offerta di turismo autentico ed intelligente, lontano da schemi convenzionali o stereotipati, può costituire oggi una valida alternativa al turismo cosiddetto "mordi e fuggi", consentendo la nascita di aziende agroturistiche all'interno del parco stesso, posti di ristoro, aziende di artigianato locale (riproduzione e ricostruzione di modelli antichi) e di piccola imprenditoria (video, guide, strumenti multimediali, gadgettistica, ecc.).
Un elemento di grande potenzialità del progetto integrato è dato dalla contiguità o dalla relativa vicinanza del parco con i siti archeologici e con i centri urbani vicini: i colli adiacenti già menzionati di Monte Manganello e Cozzo Rametta (con percorsi archeologici e anche di tipo naturalistico), Balatella, Polino, Geraci, ecc., il bacino Olivo, e poi Piazza Armerina con la Villa romana del Casale e l'altro importante sito di Monte Navone, Aidone con l'antica città di Morgantina, Enna con la zona preistorica lacustre di Pergusa. La nostra vuol essere la proposta di un progetto di ampio respiro che sia in grado di superare i limiti di un'ottica tutta particolaristica di progettualità localistiche e che sia teso a coinvolgere un gran nume-ro di soggetti nella logica di un sistema di gestione moderno ed efficace del patrimonio culturale ed ambientale in linea con la recente e finalmente provvidenziale legislazione.
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Il piano è stato redatto da Sebastiano Arena - Direttore Regionale per la Sicilia dei Gruppi Archeologici d'Italia - con la preziosa collaborazione del Dott. Vincenzo La Vaccara, Direttore del Gruppo Archeo-logico "Ibla Erea" di Piazza Armerina. L'autore ringrazia sentitamente Filippo Acquachiara, Presidente della Università Popolare AUSER "Ignazio Nigrelli" di Piazza Armerina, per aver consentito la pubblicazione del presente volumetto ad integrazione della lettura sulla preistoria del territorio.

 

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