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L'Afrodite di Morgantina PDF Stampa E-mail

 

 

Malibù, Malibù, chi entra non esce più, ovvero la triste storia della candida Afrodite e della sua terra snaturata. Parafrasare un romanzo potrebbe essere un gioco, se fosse gestito dalla sfrenata fantasia letteraria di Gabriel Garcia Marquez, il quale solo, potrebbe infine dipanare una delle tante matasse di cui è intrisa la storia siciliana. Che cosa accade ancora in Sicilia? Dopo gl'intrighi e i misteri di tante cose, stavolta qualcosa di buono accade, poiché vari segnali e notizie danno per molto possibile, anzi per certo, che l'Afrodite scavata e trafugata nella collina di S. Francesco a Morgantina tornerà nella sua casa. Ad attenderla sarà, nel 2010, la rinascimentale chiesa di S. Domenico dalla bella facciata in splendido bugnato, di Aidone.

È noto da tempo - il grande archeologo rumeno Dinu Adamesteanu amava ripetere che la Sicilia è una coniglia gravida - che la spoliazione del prezioso sottosuolo dell’isola Trinacria continua in maniera sistematica, da parte di organizzazioni di tombaroli che dalle nostre parti chiamiamo semplicemente clandestini. È stata, ed è, un’industria molto redditizia, che crea lavoro e ricchezza, opera in nero e fuori da ogni legge, è fortemente organizzata, spesso gestita dalla delinquenza organizzata (ma non sempre), e… saccheggia barbaramente i serbatoi della nostra memoria. Parliamo di abitudini delinquenziali che esistevano già ai tempi dei faraoni e neppure il senso della profanazione ha mai fermato. L'organizzazione possiede risorse umane sia come manovalanza che come cervelli e contribuisce a "mantenere" famiglie e patrimoni piccoli e talvolta immensi. I luoghi dove agisce sono molte centinaia e ovviamente si tratta di siti archeologici noti e meno noti, il più delle volte sconosciuti alle stesse soprintendenze, che, per la cronica carenza di mezzi e di uomini, non sono in grado di controllare il territorio di competenza, né, volendolo potrebbero, poiché i compiti loro affidati spaziano dalla monumentistica all’archeologia, dai beni librari a quelli architettonici e paesaggistici e le risorse sono sempre limitate.
Il personale tecnico, spesso è assunto con collaudati criteri clientelari, mentre le università continuano a sfornare una folta schiera di archeologi che va a ingrossare le fila del popolo dei disoccupati e dei precari, confessando così il fallimento di ogni intenzione programmatica e progettuale con cui si riempiono la bocca tutti i politici di tutte le legislature.
A soffrirne è la collettività siciliana che ha avuto, in eredità antica, vere miniere da poter sfruttare sia culturalmente e sia turisticamente, mentre, spesso, si trova anche in questo campo, come sempre, con un pugno di mosche in mano.
È di parecchie estati addietro, tuttavia, una grossa operazione di polizia in provincia di Enna, con l’arresto di molte persone legate al giro del commercio clandestino nazionale e internazionale di antiquariato e di reperti archeologici e anche vicende giudiziarie che lsciano l'amaro in bocca.
Il vasto mercato funziona pressappoco così: lo scavatore rinviene il “pezzo”, lo mostra ad un “esperto” il quale può trattenerlo per sé pagandolo oppure rifiutarlo come non meritevole di considerazione. Nel primo caso il reperto può essere piazzato in loco nel mercato del collezionismo privato oppure prendere la via internazionale attraverso antiquari svizzeri o della Repubblica di S. Marino, prime tappe per un viaggio più lungo solitamente verso l’avido e ricco mercato statunitense non prima di essere passato attraverso compiacenti case d’asta o antiquari qualificati londinesi. Gli americani degli USA, poi, che mostrano un senso assoluto della proprietà, si guardano bene dal restituire i beni trafugati, anzi inventano mille espedienti e cavilli per eludere le legittime richieste italiane di restituzione. La dice lunga la cultura museale privata americana che preferisce reperti "belli e importanti" sotto il profilo estetico, fregandosene altamente del contesto dove è stato rinvenuto e anzi negando perfino la provenienza. E' evidente l'interesse per lo sfruttamento solo turistico, ma non scientifico e culturale. Ci ricordiamo del compianto Luigi Mussinano quando catalogava descrivendolo minuziosamente ogni pezzo o frammento proveniente dalla singola tomba, bello o inespressivo che fosse, affinché nessuna informazione si perdesse ad uso dei posteri. ma questa è un'altra storia.
Lunga, difficile e mai esaustiva sarebbe la lista dei reperti che sono letteralmente volati oltreoceano; inoltre la più parte è sconosciuta e si è perduta nei mille rivoli del mercato clandestino. Questa storia va avanti da oltre mezzo secolo quando negli anni '50 del secolo scorso si sentiva di certi ritrovamenti di tesori sepolti in alcune montagne e sembrava una cosa normale e insieme meravigliosa poiché alonata di mistero.
Nella sola provincia di Enna esistono oltre duecento siti archeologici censiti, ma anche un alto numero di luoghi noti solo agli scavatori di frodo; luoghi che potrebbero narrare la storia dell’isola, ma forse anche la storia dell’intelligenza dell’uomo, dai suoi albori paleolitici attraverso le grandi migrazioni epocali fino al medioevo e, perché no, fino ai giorni nostri. Quasi due reperti su tre recuperati dai carabinieri in Sicilia provengono da questa provincia. La nostra isola è al secondo posto tra le Regioni maggiormente saccheggiate. I clamori esplodono solo quando giunge notizia di ritrovamenti e trafugamenti importanti, ma anche quando la stupidità umana giunge ad atti vandalici e intimidatori come quello dell’imbrattamento dei mosaici della villa romana del Casale di Piazza Armerina di 10 anni fa o del recupero della fiale d'oro di Caltavuturo.

IL VIAGGIO DI AFRODITE E DI ALTRI DEI.

Alle cronache dei media giunse nel lontano 11 luglio del 1988 la notizia, diramata dalla Soprintendente di Agrigento Graziella Fiorentini, di una vendita in corso al Paul Getty Museum di una statua di divinità greca di probabile provenienza da scavi clandestini in territorio di Morgantina. Il 26 agosto del 1988 si aveva notizia che un antiquario inglese, tale Robin Symes, che è diventata figura nodale in tutte le storie che riguardano i trasferimenti di oggetti d’arte antichi negli Stati Uniti d’America, in un interrogatorio di Scotland Yard ammetteva di aver trattato la compravendita di una statua del tardo periodo classico (425-400 a.C.). Il trasferimento di una statua di dea, Afrodite o forse Dèmetra, dalle contrade di Morgantina fino alle sale del Paul Getty Museum di Los Angeles fruttava a Symes ben ventotto miliardi di lire. Lì, sulle colline di Malibù, a 100 metri dall’oceano pacifico, dopo aver attraversato i portici di una villa pompeiana ricostruita in cemento armato, i visitatori potevano correre verso la sala grande n°116 dove lo stupore e la meraviglia appagavano il loro cuore di yankee senza storia. Su un bianco piedistallo si erge, nella sua altezza di due metri e venti, una figura che incarna l’idea classica della bellezza femminile: il corpo di calcare a grana fine, quasi marmorea, presenta un panneggio aderente che lascia indovinare le forme sottostanti; lo stile del drappeggio e la proporzione della figura richiamano le cariatidi dell’Eretteo di Atene e le altre figure del frontone del Partenone. Il volto e il braccio destro (il sinistro manca) sono di marmo mentre tenui tracce di colore rosa e blu nelle pieghe del drappeggio fanno pensare ad una colorazione completa dell’antico vestito come era costume nell'antichità greca.
Una lettera del 12 settembre 1988 di Thomas Hoving, consulente del Metropolitan Museum di New York, rivelava che ”la statua è stata trovata da alcuni tombaroli nel 1979 nella contrada S. Francesco di Aidone, nelle vicinanze di Morgantina, in una tomba del V sec. a.C., la scultura fu divisa in pezzi per il trasporto. Filippo D’Alù, un abitante del luogo, fu testimone della scoperta. Un altro locale, Rosario Di Bilio, conosceva altri dettagli”. Sembra tutto chiaro, sarebbe bastato fare gli opportuni controlli. Purtroppo la direttrice del Museo Paul Getty, la dott.ssa Marion True, ritenne che la provenienza illegale della statua sia stata intrisa soltanto di pettegolezzi, per cui non si sognava nemmeno di ipotizzare la restituzione della preziosa Venere che rappresenta il “pezzo” di maggior richiamo per il turismo della sponda atlantica orientale degli Stati Uniti insieme con i famosi acroliti, anch’essi di Morgantina, che Maurice Tempelsman, disse di aver acquistato (per due milioni di dollari) nel marzo del 1980 da Symes Robin e di averli prestati al Museo Paul Getty per esporli (pare dal 1984 all’88).

Oggi giungono finalmente segni di buona volontà negli ambienti del famoso museo americano, e da qualche tempo vengono fatte dichiarazioni, emanate con molta pompa, di voler restituire alcuni reperti provenienti dall’Italia meridionale. Speriamo che questa collaborazione, soltanto formale, non tradisca, come sempre, la voglia di spostare l’interesse dai reperti più preziosi.
La storia delle teste di marmo del VI secolo a.C., dei piedi e delle mani corrispondenti, conferma la difficoltà di ottenerne la restituzione all’Italia. Si tratta di reperti unici al mondo poiché, rappresentano la sola prova dell’insediamento dei Calcidesi nel cuore della Sicilia. Provengono anch’essi dalla collina di S. Francesco di Morgantina, anche per stessa ammissione di Thomas Howing, già direttore del Paul Getty Museum di Los Angeles e consulente del Metropolitan Museum di New York, il quale affermava di aver saputo dall’archeologo Ross Holloway che un collezionista siciliano nel 1983 aveva riferito che a Morgantina erano state trovate delle teste di marmo, una delle quali più bella di quella del Partenone (!). Rileggendo le cronache del tempo, si apprende che esiste pure la testimonianza di un muratore di Piazza Armerina, che attraverso conoscenze nel mondo dei tombaroli, dichiarava che nell’estate del ’79 uno sconosciuto “gli aveva mostrato in una campagna di Aidone due teste in marmo con mani e piedi, le teste erano bianchissime con gli occhi bucati. Le mani erano alcune con il pugno chiuso e altre semiaperte, mentre i piedi erano talmente ben scolpiti che si vedevano le unghie e le vene”. Il muratore concludeva dicendo che il tombarolo non aveva consegnato i reperti alla soprintendenza poiché il suo intermediario non aveva avuto la promessa del premio. E fu così che gli acroliti, esaminati da un esperto dell’ennese, presero la strada internazionale dell’intermediario svizzero-siculo Orazio Di Simone, poi il negozio del solito trafficante inglese Symes Robin, ancora il commerciante di diamanti americano Maurice Tempelsman (l’ultimo compagno di Jacqueline kennedy) e la destinazione finale verso l’onnipotente tempio museale di Malibù, che, adesso possiamo dirlo, non appare più l’inossidabile e inaccessibile tombale forte Knox.

Finalmente, dopo vicissitudini incredibili, giocate sull’onda della diplomazia e della magistratura, ma pure di promesse di collaborazioni culturali nel tempo, alla fine di agosto 2007 è stato stipulato un accordo tra il ministero dei Beni Culturali italiano capeggiato dal nostro ministro Francesco Rutelli e la direzione del Museo Paul Getty di Los Angeles, giungendo ad un’intesa che dovrebbe mettere fine ai cattivi rapporti tra il museo americano e il ministero italiano. Il Los Angeles Times riferisce che si è trattato della più significativa vittoria dell’Italia nel tentativo di rimpatriare opere rubate e comprate dai musei americani. Resta negli Stati Uniti, invece, almeno per ora, il famoso Atleta di Lisippo, mentre altri "pezzi" sono già arrivati in Italia. Come è noto, per la soluzione della vicenda della famosa scultura, in Italia si tiene un processo a carico di Marion True, ex curatrice per le antichità del Paul Getty Museum, la quale è accusata di ricettazione di opere d’arte. Sembra che avrebbe acquistato quarantadue pezzi provenienti dal mercato clandestino dell’arte, pur sapendo della provenienza illecita.
Dunque siamo nella fase finale di quest’annosa vicenda che si dovrebbe concludere nel 2010 ad Aidone, dove fervono i preparativi per l’accoglienza della Venere la cui collocazione dovrebbe essere all’interno della bella chiesa restaurata di S. Domenico la cui facciata è di uno splendido bugnato in pietra bianca. A questo proposito si stanno cercando risorse e sponsorizzazioni, nell’ottica di un forte rilancio del turismo nel centro Sicilia che coinciderà anche con il totale restauro dei mosaici della Villa romana del Casale.

 

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