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Il saggio "Sole, astri e preistoria in Sicilia" venne presentato da Sebastiano Tusa all'Accademia Nazionale dei Lincei, il 15 Maggio del 2000 al Convegno "L'uomo antico e il cosmo". Il 30 Maggio dello stesso anno la nostra associazione lo pubblicò in occasione della conferenza "La Sicilia e il Mediterraneo" che Sebastiano Tusa tenne a Piazza Armerina.

Sole, astri e preistoria in Sicilia : rapporti tra morfologia ed orientamento nelle architetture rituali siciliane dal IV millennio al II millennio a.C.
Sebastiano Tusa *
* Centro Regionale per la progettazione ed il Restauro, Gruppo d'Indagine d'Archeologia - Sicilia
Premessa
Com'è noto, soprattutto in Europa, il tema del rapporto tra i monumenti preistorici e gli astri è stato ampiamente trattato. E' stato il mondo del megalitismo a offrire ricca e sostanziosa materia a tale approfondimento. E' noto, infatti, che gran parte dell'Europa continentale, ma anche insulare (Baleari, Corsica e Sardegna, in particolare), possiede una ricca evidenza di monumenti a carattere civile o religioso quasi interamente costituiti di consistenti elevati. La Sicilia sarebbe estranea a questo contesto poiché apparentemente priva di alcuna monumentalità preistorica inquadrabile nel megalitismo. Il condizionale è d'obbligo poiché, come vedremo, un'attenta ricognizione dell'evidenza disponibile, una sua analisi più puntuale e la constatazione di gravi perdite causate dall'intensa antropizzazione ci autorizzano a riconsiderare in termini non più drastici ed esclusivi i rapporti tra Sicilia e megalitismo.
Anche se, come vedremo, queste recenti riconsiderazioni ci portano a evidenziare seppur limitate tracce di megalitismo anche nella più grande delle isole mediterranee, tuttavia l'analisi degli orientamenti delle strutture rituali siciliane nel periodo proposto, sia per la limitatezza dell'evidenza megalitica, che per l'effettiva peculiarità di talune forme ibridizzate di ipogeismo non può prescindere dall'esame globale dell'evidenza. In altre parole se è vero che durante tutto l'arco dello sviluppo pre- e protostorico le forme rituali funerarie più diffuse nell'isola furono quelle ipogeiche molto spesso condizionate dalla morfologia territoriale nel loro disporsi, tuttavia in alcuni casi ed in alcuni periodi, evidentemente per influsso del megalitismo, l'ipogeismo siciliano assume delle forme ibride peculiari che presuppongono una scelta orientativa per lo meno possibile.
Sulla base di questa premessa in questo saggio prenderemo, pertanto, in considerazione non soltanto quei pochi esempi di megalitismo esistente, ma anche quelle forme ibride di ipogeismo e, comunque, ogni ipogeismo nel quale è presumibile una certa libertà di orientamento.
E' strano che, nell'ambito della manualistica britannica, quando si parlava di ipogeismo si finiva quasi sempre per parlare anche di megalitismo includendo nella fenomenologia megalitica (quasi del tutto assente) anche l'ipogeismo funerario. Tale coinvolgimento affonda le sue motivazioni teoriche prima nell'idea che sia esistita una "religione megalitica", e forse anche un "popolo megalitico", che si siano diffusi in gran parte d'Europa, Mediterraneo compreso e, conseguentemente, sul postulato che le varie forme funerarie europee siano da interpretare come il prodotto di adattamenti e condizionamenti locali di una medesima costumanza. In altre parole era intendimento diffuso che un vasto diffondersi di un'analoga ideologia avesse raggiunto gran parte dell'Europa occidentale imponendo simili standard comportamentali che si sarebbero adattati alle varie realtà locali. Laddove le situazioni morfologiche lo avessero permesso il tipo tombale sarebbe stato ipogeico, laddove, invece, il banco roccioso era inesistente o, comunque, inutilizzabile, si sarebbe proceduto alla costruzione del sepolcro epigeico (SMITH 1913).
Anche Childe, che continuò ad accomunare le due tipologie, pur rigettando in via di principio ogni determinismo ambientale, non negò la possibilità di condizionamenti morfologici che a-vrebbero imposto differenti concretizzazioni di una simile ideologia funeraria (CHILDE 1972, pp.247-248). Daniel, ridimensionando l'estremismo diffusionista di Childe, approfondì l'esame degli sviluppi monumentali locali, tralasciando l'approfondimento dei rapporti fra le diverse forme assunte dal fenomeno (DANIEL 1941; 1958; 1967; 1978).
Più recentemente la Whitehouse evidenzia che le "rock-cut tombs developed independently in the central Mediterranean and were not part of an intrusive megalithic complex" (WHITEHOUSE 1972; 1981, p.42). Tuttavia, come è stato messo in evidenza dalla suddetta studiosa, in talune zone della penisola italiana vi è una coincidenza geografica tra diffusione delle tombe epigeiche megalitiche e delle semplici grotticelle artificiali funerarie, come nel caso di Puglia e Sardegna. In Sicilia tale commistione non solo è verificata in un periodo ben preciso, ma avviene nell'ambito della medesima tipologia tombale.
Al di là di isolati momenti nei quali le due tipologie si compenetrano in seguito a ben precisi fenomeni storici sembra evidente ormai che ipogeismo ed epigeismo nel campo funerario si debbano rifare a tradizioni culturali e religiose diverse e non a condizionamenti ambientali, a parte il caso dei "sesi" di Pantelleria. Tale differenza si dovrebbe rifare e due differenti modi di concepire l'al di là basati sulla rilevanza che veniva data di volta in volta all'elemento aria o all'elemento terra. Appare evidente che la nascita della tomba ipogeica, che si sviluppa presto in quella a grotticella elaborata ed articolata, risponde ad un'esigenza cultuale legata ad una precisa ideologia ben distinta sia da quella che sottende alla semplice tomba a fossa mesolitica e neolitica, che da quella che trova espressione nel sepolcro epigeico di tipo megalitico.
In sintesi, da quanto finora ci è dato di conoscere, emerge un quadro di una Sicilia collocata interamente nell'areale di diffusione dell'ipogeismo funerario con pochi casi di megalitismo epigeico che quasi sempre appare evidente rappresentino variante tipologica o correttiva nell'ambito dell'ideologia e dell'architettura funerarie ipogeiche, effetto di ben precisi fenomeni storici. Tuttavia per quanto attiene alla potenzialità dell'indagine oggetto del presente saggio anche alcune forme di ipogeismo presentano intenzionalità nell'orientamento degne di essere analizzate e che, come vedremo, offrono interessanti indicazioni di carattere storico-culturale.
Le tombe a pozzetto e grotticella eneolitiche (IV - III millennio a.C.)
E' nel corso del primo momento eneolitico, contraddistinto dalla diffusione delle facies di Piano Notaro e del Conzo, rispettivamente caratterizzate da ceramiche grigie decorate a decorazione incisa e puntinata e da ceramiche dipinte a bande rosse marginate in nero, in entrambe i casi con schemi decorativi molto spaziati ed a spiccato carattere tettonico, che si avverte l'inizio di un nuovo processo di articolazione insediamentale. Con l'eneolitico inizia a farsi strada una fisionomia aggregativa basata su piccoli clan che, comunque manifestano una certa spinta all'aggregazione in unità ben più consistenti. Ciò si evidenzia dal sorgere di nuclei insediamentali costituiti da più agglomerati capannicoli distanti tra loro poche decine di metri, ma sospettosamente distinti anche per quanto attiene alle relative necropoli.
E' in questo clima di spiccata dinamica sociale che si ha l'introduzione in Sicilia dell'innovativa tipologia funeraria della tomba ipogeica.
Pur non avendo un conforto cronologico e stratigrafico perfetto è presumibile che la prima forma di sepolcro ipogeico siciliano non sia la tomba a pozzetto e grotticella ampiamente diffusa durante tutto l'arco dell'eneolitico, bensì una grotticella cui si accedeva da un piccolo portale praticato in un piccolo vestibolo intagliato generalmente su lieve declivio o, addirittura in piano. A questa tipologia appartengono gli esemplari di Tranchina (TINE' 1960-61), presso Sciacca, di Ribera (McCONNELL 1988) (contrada Castello) e di Partanna (Corso Vittorio Emanuele). Si tratta di necropoli dove l'imboccatura della cella era praticata direttamente sulla parete di un piccolo recesso che costituisce il prototipo del successivo pozzetto regolarmente verticale.
Che il meccanismo di introduzione di questa nuova tipologia tombale sia collegato al mutamento socio-culturale al quale abbiamo accennato risulta evidente. Così come è evidente che il mutamento investa anche sfere di carattere spirituale. E' in questo periodo che attraverso l'arte rupestre notiamo l'esasperarsi di un astrattismo simbolico, al pari di quanto succede in altre parti d'Italia (Porto Badisco). Le pitture della Grotta dei Cavalli, presso San Vito lo Capo, databili all'eneolitico, insieme a quelle di Levanzo (Grotta di Cala dei Genovesi), dimostrano l'emergere una concezione che non ha più nella natura veristicamente descritta il suo fulcro (TUSA 1991). La figura umana si disumanizza in mostruosi esseri antropo-zoomorfi ed il campo viene occupato o dai rozzi animali di Levanzo o dai complicati e astrusi arzigogoli lineari e geometrici della Grotta dei Cavalli. Ciò significa che l'uomo faber del proprio destino, che aveva rincorso per millenni il mito dello sviluppo neolitico basato sul controllo vincente della natura, si è arrestato. Evidentemente religione e cultura si modificano, sicchè anche i rituali funerari mutano. Se prima il corpo umano veniva reinserito nella terra in semplici fosse perchè forse se ne coglieva maggiormente il legame alla terra ed alla natura considerata dispensatrice di grandi favori, ora, forse, la rottura dell'equilibrio e l'insorgenza di conflitti porta all'esigenza di esaltare il ruolo sociale dell'uomo e la sua appartenenza al gruppo o clan.
Ritornando al nostro problema è, quindi, ipotizzabile che la nascita dell'ipogeismo funerario in Sicilia sia da mettere in relazione a queste mutate esigenze religiose e, quindi, rituali. La tomba a fossa non permetteva un facile riconoscimento successivo, a differenza di quella a grotticella dove il portale ed il portello di chiusura assolvevano alla funzione di identificazione costante del sepolcro come coesivo del clan o gruppo di appartenenza. Inoltre la tomba a fossa non poteva essere riutilizzata impedendo quel processo di identificazione di gruppo che sottende all'inumazione dei defunti nel medesimo sepolcro gentilizio. La tomba a grotticella poteva essere riaperta per ulteriori inumazioni e, forse, anche per riti che ci sfuggono, quale forse quello della colorazione craniale e scheletrica con ocra, molto in voga nell'eneolitico.
In sintesi, quindi, vediamo nell'emergere della tomba ipogeica la risposta, nell'ambito dei rituali funerari, a mutate esigenze di culto e, quindi, all'insorgere di credenze religiose più complesse rispetto al neolitico, nonchè il prodotto funzionale di mutati assetti etnico-sociali laddove il sepolcro, ben visibile e rivisitabile, assolve un'importante funzione di cemento gentilizio.
L'interpretazione proposta a proposito dell'acquisizione dell'ipogeismo non significa l'automatico rifiuto di ogni ipotesi diffusionista. Mette soltanto in evidenza come l'insorgere di un nuovo tipo di sepolcro debba anche essere spiegato nell'ambito di una piena comprensione della naturale evoluzione socio-culturale del gruppo di pertinenza. Pertanto giudicare l'introduzione dell'ipogeismo funerario in Sicilia come il mero prodotto di importazione egea o dal Mediterraneo orientale significa non comprendere le dinamiche ben più complesse del fenomeno. Inoltre anche a voler sposare pienamente l'idea di una diffusione da Est bisognerebbe trovare il modo di calare tale ipotesi in un quadro di datazioni radiometriche alte (calibrate) che impediscono di giudicare prototipale l'evidenza orientale, nonchè di spiegare la presenza della tipologia ipogeica in contesti dell'Italia meridionale (Pizzone, Fonteviva e Serra d'Alto) e Sardegna databili a periodi ben più remoti (WHITEHOUSE 1972; WHITEHOUSE - RENFREW 1974).
Tuttavia, almeno per la Sicilia, non possiamo escludere che la tomba ipogeica sia stata introdotta, come mero aspetto formale, dall'esterno e, segnatamente dall'Italia meridionale. Ma comunque essa sia nata, è certo che essa fu pienamente congeniale alla nascente individualità nell'ambito della società eneolitica siciliana. Lo scavo di una cavità nella roccia implicava la sua riutilizzazione e la sua maggiore possibilità di difesa da saccheggi grazie all'esistenza di pozzetto e portello di chiusura.
Ed è per questa esigenza di maggiore tutela del sepolcro da profanazioni che si sviluppa subito la tendenza a collocare le grotticelle al fondo di un pozzetto. Ciò si può spiegare con l'intenzione di saldare nettamente il portello al portale mediante una massicciata litica ben inzeppata che veniva piazzata al fondo del pozzetto. L'aggiunta del pozzetto alla grotticella determina un lieve mutamento nella localizzazione dei sepolcri. Al fine di realizzare il pozzetto era più idonea una superficie rocciosa pianeggiante e non vi era necessità alcuna di collocare le tombe in pendio.
Nell'insediamento eneolitico di Roccazzo, nell'entroterra di Mazara del Vallo, le decine di tombe scavate, pertinenti questa tipologia e periodo, si trovano su terrazzi rocciosi pianeggianti ed hanno in genere un pozzetto profondo (TUSA 1988; TUSA, DI SALVO 1988-89). La riprova della tendenza a sigillare efficacemente le celle funerarie è data dalla presenza di un massiccio vespaio litico che rendeva impossibile rimuovere il portello a meno di un lungo lavoro di asportazione totale delle pietre inzeppate al fondo. Il riempimento del pozzetto dimostrava, inoltre che esso doveva essere lasciato sgombro di terra e, quindi, continuamente visibile, ma inviolabile.
Quanto descritto a proposito di questa prima forma di ipogeismo funerario siciliano mette in evidenza due fattori fondamentalmente importanti per la nostra attuale ricerca: la visibilità costante del sepolcro, e, quindi, anche del portello, e la sua orientabilità. Una volta scavato il pozzetto era possibile orientare la tomba verso un punto prestabilito e desiderato dell'orizzonte senza alcun condizionamento di sorta. Potrebbe, pertanto, teoricamente esserci nell'orientamento sepolcrale l'eventuale ottemperanza a credenze religiose legate agli astri. Ne è emerso un dato abbastanza interessante e precisamente che anche nelle tombe ipogeiche in esame la cella viene scavata, nella grande maggioranza dei casi, in maniera tale che l'asse dell'apertura (dall'interno verso l'esterno) ricada nel secondo quadrante (90° - 180°).
E precisamente a Tranchina su di un totale di 30 tombe scavate è stato possibile misurarne 28. Di queste: 3 ricadono nel I quadrante, 22 nel II, 3 nel III, nessuna nel IV.
A Roccazzo su 34 tombe misurate, 5 ricadono nel I quadrante, 22 nel II, 7 nel III, nessuna nel IV.
E' chiaro che l'omogeneità orientativa delle tombe di Roccazzo e Tranchina avvalora ancor di più la contiguità, se non l'identità culturale dei due siti.
I valori riscontrati indicano che gli orientamenti delle tombe dei due siti si inquadrano nel tipico modello diffuso nel Mediterraneo che vede spesso i sepolcri preistorici orientati tra il sorgere del sole e la sua massima altezza. A tal proposito si ricordano i casi delle tombe a galleria catalane che, peraltro, risultano parzialmente coeve con quelle dei due siti siciliani analizzati (HOSKIN, PALOMO I PEREZ 1998), dei dolmen della Catalogna occidentale (HOSKIN 1998) così come quelli delle tombe megalitiche (dolmeniche) del Rio Gor in Almeria (HOSKIN, ALLAN, GRALEWSKI 1994). E' ovvio che il confronto riguarda oltre che la convergenza negli orientamenti anche la cronologia. Ma è altrettanto chiaro che né la tipologia tombale né gli aspetti culturali delle due evidenze hanno alcunché in comune. Pertanto il confronto potrebbe soltanto indicare o convergenze indipendenti o generiche omogeneità rituali e religiose al livello mediterraneo.
L'evidenza analizzata si colloca nel momento iniziale dello sviluppo di aggregazione sociale di tipo clanale dove le tombe, ancora rigidamente monosome, tranne rarissimi casi, e di dimensioni ancora ridotte tradiscono chiare esigenze di monumentalizzazione e personalizzazione.
Un ulteriore mutamento segna, sul finire dell'eneolitico, l'evoluzione dell'ipogeismo funera-rio siciliano. Intorno alla metà del III millennio a.C., in concomitanza con il diffondersi su tutta l'isola dell'orizzonte di Malpasso, caratterizzato dalle tipiche ceramiche rosse monocrome e dalle tazze dotate di anse con ardite soprelevazioni nastriformi appuntite, si diffonde il sepolcro ipogeico multicamerale (ALBANESE PROCELLI 1992). In verità non possiamo parlare di ampia diffusione poichè tale tipologia è presente in pochissimi siti tra cui l'eponimo della facies: Malpasso e, nell'ambito della Conca d'Oro, nella necropoli di Carini - Ciachea, Uditore e Via Roma, in pieno territorio urbano di Palermo (CASSANO, MANFREDINI, QUOJANI 1975). Le tombe di Malpasso sono costituite da pozzetto di accesso su cui si aprono fino a quattro celle disposte spesso su quote diverse. La fisionomia planimetrica appare moderatamente disordinata dando l'impressione di una disposizione a grappolo condizionata più dalla morfologia del terreno che da precisa pianificazione costruttiva. Analoga considerazione possiamo avanzare per le tombe della Conca d'Oro dove, in verità, non registriamo più di tre celle per tomba.
Al fine di verificare eventuali significativi orientamenti nell'ambito di questa ulteriore tipologia della tomba a pozzetto e grotticella multicamerale, abbiamo sottoposto a misurazione la necropoli di Ciachea a Capaci, presso Palermo. La disposizione dell'orientamento delle celle risulta estremamente disordinato. 8 celle risultano orientate verso il I quadrante, 2, verso il secondo e 8 verso il III. E' probabile che l'inserzione della multicameralità abbia significato l'abbandono della primitiva predilezione dell'orientamento tra il sorgere del sole e la sua massima altezza con tutte le conseguenze di carattere rituale.
Le tombe a grotticella della facies di Castelluccio (fine III - prima metà del II millennio a.C.)
Con l'avvento dell'età del bronzo (fine del III millennio a.C.) la tipologia della tomba ipogeica cambia radicalmente. Il mutamento più macroscopico è costituito dalla scomparsa del pozzetto e della conseguente posizione della tomba non più su superficie pianeggiante, bensì su pendio o, addirittura, in parete. Si tratta di una tipologia dalla diffusione amplissima e capillare nel territorio isolano tanto da divenire un elemento intrinseco del paesaggio, soprattutto nelle campagne del Siracusano, Ragusano, Ennese, Nisseno ed Agrigentino. Si tratta di quella che la corrente bibliografia paletnologica ha definito "tomba a forno" a causa dell'effettiva analogia con i forni domestici in uso nelle campagne e nei borghi contadini di una Sicilia ormai in via di estinzione. La tomba a forno é intrinsecamente legata alla diffusione della più tipica tra le culture della Sicilia preistorica, cioè quella di Castelluccio dell'antica età del bronzo. Tale cultura è nota attraverso numerosissime ne-cropoli ed abitati sparsi per un territorio che comprende quasi i due terzi dell'isola dalla costa sud-orientale alla valle del Belice, dalla costa meridionale allo spartiacque con il versante settentrionale. Si tratta di una civiltà caratterizzata da uno spiccato attaccamento all'ambiente collinare, con rare puntate verso il mare dove, al contrario, si notano insediamenti che denotano una spiccata vocazione marinara, come quello di Monte Grande presso Palma di Montechiaro.
La sua cultura materiale, pur non offrendo chiari elementi importati, presenta una generale fisionomia che la collega al mondo egeo ed anatolico occidentale (TUSA 1992, pp.325-466). Anzi il suo areale di diffusione costituisce l'estremo Occidente di una grande koiné culturale che comprende l'Egeo, l'Anatolia centro-occidentale, parte della Grecia continentale e la Sicilia centro-orientale. Una koiné che nella Sicilia occidentale interagisce con la cultura del Bicchiere Campaniforme dando luogo a interessanti fenomeni di sincretismo culturale, soprattutto nella valle del Belice dove i prodotti tipici della cultura campaniforme assumono la pittura e quelli castellucciani assumono in pittura gli schemi del puntinato campaniforme. Ma ciò che sarà più interessante per il nostro esame, come vedremo, sarà la peculiare forma tombale che viene realizzata in seguito a que-sto incontro tra culture diverse.
Nel panorama della tipologia funeraria più squisitamente castellucciana le tombe sono generalmente di piccole dimensioni con pianta circolare o ovale, sezione piano-convessa e portale piccolo, quadrato o sub-rettangolare con gli spigoli regolarmente arrotondati. Sin dagli inizi, malgrado le ridotte dimensioni, questa tomba si caratterizza come sepolcro collettivo e dal prolungato periodo di utilizzazione. Generalmente presenta un piccolo vestibolo realizzato più per regolarizzare verticalmente la parete rocciosa ove intagliare portale e cella, che per esigenze cultuali o rituali vere e proprie. Tuttavia da subito si intravede talvolta l'intento di arricchire il sepolcro con una vera e propria antecella, in genere più piccola della cella funeraria vera e propria, separata da quest'ultima e dall'esterno da portali ben sagomati. Dalle poche tombe integre di questa tipologia sappiamo che la deposizione funeraria interessava anche l'antecella. Quel che si può evincere da questa variabilità tipologica nell'architettura tombale è, forse, l'emergere di embrioni di differenziazione sociale o di rango. Inserendosi nel medesimo filone fenomenico è così che possiamo spiegare la presenza, in molti insediamenti castellucciani della Sicilia orientale, come Castelluccio, Cava Lazzaro, Baravitalla ed altri, di sepolcri dotati di portale fiancheggiato da quinte di falsi pilastri scolpiti a bassori-lievo ed anche a tutto tondo, e dei famosi portelli decorati da bassorilievi scolpiti.
Questa breve descrizione del panorama architettonico funerario castellucciano non può per nulla esaurire la grande portata di questo fenomeno determinante della preistoria siciliana, tuttavia, nell'economia generale delle tematiche di questo saggio, ci basta per ritenere molto problematica l'esistenza di intenzionalità orientative nel posizionamento dei sepolcri. Essi sono, infatti, sempre piazzati su pareti quasi verticali sui fianchi di valli fluviali (le famose "cave" del territorio ibleo) o di rilievi collinari (nel Nisseno, nell'Ennese, nell'Agrigentino e nel Catanese) ricevendo, pertanto, un forte condizionamento ambientale. Tuttavia non è da escludere che una certa intenzionalità ci sia stata nella scelta della parete da "forare" in funzione del suo orientamento. A tal proposito abbiamo effettuato alcune misurazioni in due siti emblematici della facies castellucciana più tipica dell'area iblea: Castelluccio e Cava Lazzaro.
Nelle tombe di Cava Lazzaro l'orientamento omogeneo (verso Nord) non basta ad evidenziare un fortissimo condizionamento ambientale dovuto all'orientamento della parete rocciosa dove le grotticelle furono scavate. Tuttavia è interessante notare che sulla parete opposta a quella adoperata per la necropoli non si registra alcuna presenza necropolare.
Se a Cava Lazzaro si registra questa chiara intenzionalità, non altrettanto dicasi per Castelluccio dove, nella Cava adella Signora, le tombe si dispongono indifferentemente sull'uno e sull'altro versante della vallecola.
Ma nel panorama castellucciano fin qui descritto, e nella medesima area iblea, si è registrata la presenza, invero al momento unica in questa parte dell'isola, di una tipologia peculiare di sepolcro che presenta una chiara intenzionalità orientativa. Si tratta delle tombe con prospetti costruiti di contrada Paolina, nel Ragusano (PROCELLI 1981). Qui il prospetto non è abbellito da intagli miranti a delineare quinte architettoniche, bensì da facciate costruite con muri a telaio di tecnica megalitica. Che ci sia in questa volontà di addossare alla grotticella funeraria qualcosa di monumentale per differenziare il rango del sepolcro e, quindi, degli inumati relativi, è ovvio. Così come è ovvio che si sia scelta una direzione ben precisa per orientare gli accessi alle grotticelle sepolcrali che si aprono nei prospetti monumentali.
Si è voluto vedere in tale monumentalizzazione un influsso maltese. Tuttavia anche se la frequente presenza di materiale ceramico maltese nei contesti castellucciani del Ragusano e Siracusano rende il contatto tra le due isole evidente, non sembra che il modulo delle tombe di Paolina possa derivare dall'architettura templare maltese, peraltro di gran lunga più antica, bensì, se proprio volessimo trovare delle possibili analogie le potremmo vedere nelle tombe a grotticella e corridoio dolmenico di accesso dell'area belicina che descriviamo in seguito.
Gli orientamenti delle tombe di Paolina si collocano tutti nel II quadrante ed in particolare tra il sorgere del sole e la sua massima altezza. In ciò riscontriamo una chiara analogia con le tombe dolmeniche pugliesi e maltesi. Mentre è significativo riscontrare una difformità dagli orientamenti delle tombe a grotticella e corridoio dolmenico della Sicilia sud-occidentale con Bicchiere Campaniforme.
Le tombe a grotticella e a grotticella e corridoio dolmenico della Sicilia sud-occidentale (fine III - inizi del II millennio a.C.)
Se nell'Oriente dell'isola sono chiari i legami con l'area egea, spostandoci all'estremo Occidente dell'areale di diffusione della civiltà di Castelluccio notiamo qualcosa che ci fa intravedere un legame maggiore con l'area continentale europea per il tramite della Sardegna. In quest'area, infatti, la civiltà castellucciana, e per essa la sua facies occidentale di Naro-Partanna, entra in contatto con la civiltà del Bicchiere Campaniforme. In verità l'impatto del Bicchiere antedata agli ultimi epigoni della facies eneolitica di Malpasso-Sant'Ippolito, ma è con Naro-Partanna che si evidenziano i maggiori fenomeni di collegamento. Non ci dilunghiamo sulle problematiche connesse con l'ingresso del Bicchiere Campaniforme in Sicilia poichè esula dai compiti di questo saggio. Tuttavia è bene ricordare che appare ormai assodato che il Bicchiere giunga in Sicilia dalla Sardegna accomunando elementi di origine iberica e centro-europea mediati proprio nel passaggio e nella rielaborazione sarda. E dobbiamo anche ricordare che nella zona di massima concentrazione del Bicchiere, cioé nella valle del Belice ed aree limitrofe, si assiste ad un fenomeno di vero e proprio sincretismo stilistico che porta il Bicchiere ad assumere la pittura di assonanza castellucciana, e la facies di Naro-Partanna a recepire gli schemi decorativi e le forme del Bicchiere (TUSA 1987; ID. 1993).
Quanto detto serve per inquadrare un'ulteriore tipologia della tomba ipogeica siciliana che si viene a creare in questa parte dell'isola così fortemente intrisa di elementi sardo-europei da un lato ed egeo-castellucciani dall'altro. La classica tomba ipogeica castellucciana, a semplice grotticella, assume qui un lungo dromos costruito che si può configurare come un vero e proprio corridoio dolmenico. E' nella tecnica costruttiva del più o meno lungo dromos che emerge chiara la presenza della tecnica megalitica basata sul concetto strutturale del trilite (stipiti che reggono una piattabanda monolitica). Gli stipiti potevano essere costituiti da ortostati o da veri e propri muri costruiti con il sistema a telaio.
Tra gli esemplari più significativi finora conosciuti ricordiamo quelli di Pergole (MANNINO 1971), Marcita (TUSA 1886; ID. 1987), Vallone San Martino, Stretto e Corvo, in piena valle del Belice.
Ritroviamo qui la nota tipologia delle tombe a corridoio o allées couvertes dell'Almeria, della Catalogna, Linguadoca, Gard, Herault, Sardegna e Puglia. Ma la tipologia mista ipogeico-dolmenica la troviamo in Puglia e soprattutto nella Sardegna centro-orientale (Canudedda e Mariughia - Dorgali), centro-occidentale (Mesu Enas, Mura Iddari, S'Angrone - Abbasanta), nel Paulilatino (Su Tiriarzu), ma anche in altre zone come a Cuccuru-Crabonis di Maracalagonis presso Cagliari (DEMURTAS, MANCA DEMURTAS, SEBIS 1987; LILLIU 1988, p.137, fig.38) e Monte Maone di Benetutti presso Sassari (TANDA 1988). Nel Midì francese la ritroviamo ad Arles e Bounias (ARNAL, LATOUR, RIQUET 1953). In molti casi tali sepolcri, analogamente alla Sicilia, sono as-sociati a ceramiche campaniformi offrendo utili indicazioni a proposito della diffusione di tale tipo-logia al livello mediterraneo. Gli esemplari di Marcita erano costituiti proprio sul tipo della tomba a corridoio dolmenico sarda, cioè con semplici ortostati che sorreggevano la copertura del dromos. Pergole, invece, per la struttura a telaio, ricorda più da vicino gli esemplari almeriani e pugliesi e costituisce anche un ottimo riscontro per gli esemplari già descritti di Paolina. Ovviamente tali confronti sono del tutto indicativi poichè, come dicevamo, l'adozione di schemi megalitici si limita esclusivamente al dromos di accesso alla cella che resta, nel rispetto della più inveterata delle tradizioni della preistoria siciliana, rigidamente costituita da grotticella scavata nella roccia. Vi è, quindi, un chiaro adattamento della tipologia della tomba a corridoio alla locale tradizione della tomba a grotticella scavata nella roccia. In tutti gli esemplari citati la camera sepolcrale è, infatti, interamente scavata nella roccia. Ciò significa che il tradizionale ipogeismo, con il suo bagaglio di rituali e credenze, non viene per niente soppiantato da alcuna nuova o diversa ideologia. Sulla base della limitatezza quantitativa e geografica del fenomeno e della marginalità degli elementi megalitici nel-le tombe possiamo affermare che l'inserimento di schemi megalitici sia in Sicilia un fenomeno marginale e superficiale che però, almeno in questa parte dell'isola, riesce a penetrare portando con, sé certamente anche valori e caratteri simbolici e spirituali che possono avere un riflesso proprio negli orientamenti. E, infatti, ovvio che la disposizione di queste tombe avviene nel pieno rispetto di un'intenzionalità possibile data la presenza dei corridoi costruiti. Ma che l'inserimento dei corret-tivi megalitici non sia soltanto un mero imprestito formale lo si nota anche dal fatto che le tombe della medesima zona, periodo e cultura (Bicchiere Campaniforme/Naro-Partanna), ancorché prive di dromos costruito, ma dotate di dromos scavato nella roccia, collocandosi in zone pressocché pianeggianti, potevano agevolmente indirizzarsi verso qualunque direzione dell'orizzonte.
Le tombe misurate si collocano in una tipologia orientativa diversa da quelle precedenti o contemporanee di altre aree dell'isola. Gli orientamenti si scaglionano, infatti, principalmente nel II e III quadrante, tra Est ed Ovest. Del resto questi sepolcri appartengono al peculiare aspetto culturale che vede nel Bicchiere Campaniforme l'elemento più distintivo. Il fatto che queste tombe dell'area sud-occidentale della Sicilia abbiano delle peculiarità orientative rispetto al resto dell'isola si giustifica facilmente con la presenza esclusivamente in questa zona della cultura del Bicchiere Campaniforme. Pertanto saremmo portati a legare questo modello orientativo alla presenza della cultura del Bicchiere.
Tuttavia ci servirebbero opportuni paralleli con sepolcri sardi o spagnoli o di altre regioni d'Europa inquadrabili analogamente nella cultura del Bicchiere per comprendere se tale peculiarità orientativa possa effettivamente essere un tratto distintivo di questa cultura. Purtroppo tali dati ci mancano poiché non registrati. Gli unici paralleli che abbiamo trovato al livello mediterraneo si hanno con le tombe a corridoio della Catalogna orientale. Anche se la tipologia del corridoio ci è familiare, tuttavia il resto del sepolcro e la cronologia sono completamente diversi. Le tombe catalane sono molto più antiche (3300 - 2700 a.C.) e potrebbero, pertanto costituire un elemento prototipale nella genesi e diffusione delle credenze che potrebbero stare alla base di questa scelta orientativa.
I "sesi" di Pantelleria (inizi del II millennio a.C.)
Il caso di Pantelleria riveste un carattere del tutto particolare data la peculiarità dei mo-numenti megalitici ivi esistenti, detti "sesi", databili all'antica età del bronzo (facies di Rodì-Tindari-Vallelunga) (ORSI 1899). Si tratta, com'é noto, di strutture megalitiche piene e, quindi, per nulla assimilabili agli altri esempi di architetture megalitiche mediterranee, più o meno coeve, come il nuraghe sardo, la torre corsa o i talayots balearici. I sesi, infatti, a differenza dei simili monumenti succitati, non presentano una struttura cava all'interno, sicchè la loro tecnica costruttiva risulta estremamente elementare. Ad un paramento ben costruito con poderosi blocchi corrisponde una struttura interna a sacco di pietrame vario. Soltanto ai fianchi venivano costruite una o più piccole cavità adibite al rituale funerario. Una struttura, quindi, estremamente semplificata che per nulla sembra richiamare le arditezze della statica talayotica delle Baleari, torreana della Corsica e nuragica della Sardegna, e che semmai ne riprende soltanto le esperienze formative.
E' proprio con i monumenti più antichi che possono collocarsi alla base dell'insorgenza nuragica che troviamo gli elementi più significativi di confronto tipologico e tecnico. Ci riferiamo ai nuraghi a corridoio o 'pseudonuraghi' - da Albucciu a Peppe Gallu e Bruncu Madugui - caratterizzati dalla netta prevalenza della muratura sullo spazio vuoto fruibile. Questa tipologia trova ulteriori confronti in Francia con alcuni tumuli databili al neolitico medio, quali quelli di La Hogue e La Hoguette, in Calvados.
Ciò che risulta chiaro nei sesi è la volontà di dare corpo ad una massiccia struttura elevata che permetta di creare delle cavità funerarie di tipo ipogeico. E' molto probabile, quindi, che il sese nasca dall'esigenza di trasferire la tipologia della tomba a grotticella scavata nella roccia anche sul suolo pantesco. A Pantelleria la natura incoerente, friabile ed estremamente dura della roccia vulcanica locale non permetteva l'intaglio regolare e duraturo delle cellette funerarie. Si determinava, pertanto, l'esigenza di creare una situazione artificiale ove praticare efficacemente tale cella pseudoipogeica. E' nella creazione di tale supporto che di valido aiuto dovette essere l'imprestito formale costituito dall'introduzione del modulo a torre già da tempo diffuso nel Mediterraneo centrale.
Il fenomeno megalitico, quindi, pur essendo presente, anche a Pantelleria acquisterebbe, in realtà, un ruolo estremamente marginale se confrontato con le aree limitrofe del Mediterraneo centrale. Penso, quindi, che l'architettura megalitica pantesca sia tale soltanto nel suo aspetto formale e superficiale, ma non strutturale. Si verificherebbe, tra Sicilia e Pantelleria, anche una convergenza fenomenica. Così come l'introduzione della tipologia della tomba a corridoio o galleria nella Sicilia dell'antica età del bronzo (fine III - inizi del II millennio a.C.) rimaneva un fenomeno marginale e limitato e, comunque, fortemente modificato nella sua adozione, anche l'inserzione del modulo a torre a Pantelleria rappresenterebbe un elemento tecnico utilizzato per trasferire sull'isola un rituale funerario altrimenti impraticabile.
E', quindi, presumibile, che soltanto l'aspetto formale e tecnico dell'architettura megalitica sia giunto in Sicilia dalla Sardegna. Scorgiamo in questo provenire dalla Sardegna il ripetersi di consueti percorsi. E' lungo lo stesso tragitto che giunse in Sicilia, qualche secolo prima, il Bicchiere Campaniforme che si diffuse maggiormente proprio in quella area del basso Belice dove riscontriamo anche forme di megalitismo ridotto. Sembrerebbe logico, quindi, pensare che i gruppi del Bicchiere abbiano introdotto in Sicilia anche alcuni elementi formali e tecnici di megalitismo. E sarebbe anche possibile che il ripetersi, nella fase successiva di Rodì-Tindari-Vallelunga-Boccadifalco-Mursia, di fenomeni tecnico-formali ascrivibili al megalitismo, come l'episodio dei sesi di Pantelleria, possa sempre far riferimento a quella direttrice di penetrazione dalla Sardegna.
Nel 1991 l'autore insieme ai proff.Giorgia Foderà Serio e Michael Hoskin hanno condotto un'indagine allo scopo di stabilire se l'orientamento degli ingressi delle celle funerarie ricavate nei sesi mostrasse una distribuzione intenzionalmente indirizzata. Sono stati esaminati 42 sesi che costituiscono la quasi totalità dei monumenti sopravvissuti. Di questi 18 versavano in uno stato così rovinoso che non è stato possibile effettuare alcuna misurazione sensata. Dei rimanen-ti 24 solo per 7 siamo certi di avere misurato l'orientamento di tutte le celle. Infatti la foltissima vegetazione spontanea che in parte nasconde i sesi non consentiva in alcun modo di esaminare l'intero monumento. L'indagine è, dunque, palesemente incompleta ma i dati in nostro possesso (49 orientamenti) mostrano una chiara distribuzione eterogenea dando così forza all'ipotesi che solamente l'aspetto formale e tecnico dell'architettura megalitica sia giunto in Sicilia.
Sarebbe tuttavia interessante affinare l'indagine ponendo attenzione alle "gerarchie di-mensionali" delle celle all'interno di uno stesso sese. Infatti, com'è noto, all'interno di uno stesso sese (ci riferiamo ovviamente a quelli pluricella che sono la maggior parte) si trovano celle di dimensioni diverse e con corridoio di accesso più o meno lungo. Ipotizzando, quindi, che la cella più grande fosse la più importante, quella dedicata alla deposizione dei corpi di personaggi di rango, si otterrebbe un metodo di discrimine che permetterebbe di selezionare per ogni sese una cella.
L'evidenza pseudo-dolmenica (fine III - inizi II millennio a.C.)
La conclusione di questa carrellata sui monumenti preistorici siciliani presi in considerazioni per la loro potenziale intenzionalità orientativa l'abbiamo voluto riservare a quei pochissimi monumenti sepolcrali che, pur se non canonicamente, possiamo inquadrare nella categoria dei dolmen, o, meglio, pseudo-dolmen. Si tratta di un'evidenza molto limitata e controversa che dimostra l'assoluta marginalità di questa tipologia monumentale dal contesto preistorico siciliano. I pochi esempi che citeremo sono inquadrabili tra la fine del III e gli inizi del II millennio a.C. e possono giustificarsi tenendo in considerazione quel flusso di elementi culturali (e forse anche etnici) che fecero approdare in Sicilia la cultura del Bicchiere Campaniforme.
Iniziamo dallo strano sepolcro dolmenico, pressocchè inedito, di contrada San Giorgio, presso Sciacca. Si tratta di un grande masso erratico scavato all'interno in modo da creare una vera e propria cella funeraria a pianta circolare, con un'enorme piattabanda a copertura ed un'altrettanto grande lastra con fossette per ipotetiche libagioni, sul davanti. La chiamiamo struttura dolmenica anche se manca lo schema classico del trilite dimostrando come uno schema esterno alla tradizione siciliana - quello dolmenico - viene rielaborato adattandosi alle coordinate fenomeniche locali ancorate saldamente all'ipogeismo. Dal punto di vista cronologico tale evidenza dovrebbe collocarsi nell'ambito degli ultimi secoli del III millennio a.C.
Anche se abbiamo inserito tale monumento nel novero di quelli analizzati in funzione dell'enucleazione dell'orientamento, dobbiamo ricordare che la posizione del masso erratico nel quale fu scavata la grotticella sepolcrale dovette condizionarne la manifattura e, quindi, il lato di apertura.
Da un punto di vista esclusivamente fenomenico l'evidenza dello pseudo-dolmen di San Giorgio si collega a quella altrettanto problematica di Cava dei Servi, nella Sicilia sud-orientale, dove è segnalato un dolmen a pianta circolare che riproduce, quindi, il perimetro della cella ipogeica. Essa è costituita da un arrangiamento circolare di ortostati dal contorno regolare che, secondo la ricostruzione dello scopritore, dovevano essere coperti da una o più piattabande orizzontali (DI STEFANO 1979; BELLUARDO, CIAVORELLA 1999, fig.76). Tale manufatto sorprende sia per la sua forma anomala, che anche perché si trova al centro del grande comprensorio ibleo, famoso per la sua marcata associazione alla tradizionale tipologia funeraria della tomba a grotticella. Tuttavia potrebbe trattarsi dell'eco lontana di quanto viene introdotto nella Sicilia occidentale più o meno contemporaneamente, adattato qui ancora più sintomaticamente alla struttura planimetrica circolare del sepolcro tradizionale.
Nella medesima zona, a breve distanza dal citato dolmen circolare, ne è stato recentemente identificato un altro che presenta medesime caratteristiche (BELLUARDO, CIAVORELLA 1999, fig.75).
In entrambe gli esemplari che, a giudicare dai racconti dei frequentatori della zona, non dovevano essere i soli, ma parte di un cospicuo nucleo oggi distrutto, possiamo forse riscontrare un estremo tentativo di adattare la struttura dolmenica epigeica al modulo locale nell'anomala pianta circolare della struttura.
In entrambi i casi gli orientamenti dei due pseudo-dolmen ricalcano quelli di gran parte dell'evidenza dolmenica e megalitica europea con particolare riferimento a Puglia, Malta e Spagna. Tuttavia è da citare la possibilità che l'orientamento delle due strutture possa essere stato determinato dalla conformazione della linea d'orizzonte costituita dalle alture antistanti verso oriente dove è ben visibile una sorta di forcella che avrebbe potuto fare da traguardo per l'orientamento delle tombe.
Un'ultima evidenza dolmenica siciliana è data dal dolmen di Mura Pregne (Termini Imere-se). Si tratta anche in questo caso di uno pseudo-dolmen poiché uno dei lati lunghi della struttura megalitica è costituita da un grande blocco roccioso naturale che ha, pertanto, condizionato il posizionamento e la conseguente direzionalità del monumento. Anche questa evidenza dovrebbe legarsi alla diffusione del Bicchiere Campanifome in Sicilia.
Sintesi
Da quanto analiticamente esposto si deduce una conferma di quanto già avanzato circa la marginalità del fenomeno dolmenico, ma anche megalitico in generale, nella Sicilia preistorica.Si sottolinea, comunque, la peculiarità delle tombe a grotticella e corridoio dolmenico della Sicilia sud-occidentale anche per quanto attiene alle caratteristiche legate al loro orientamento che differisce totalmente dal resto dell'evidenza raccolta. Queste tombe, che, come abbiamo più volte ribadito, costituiscono un elemento quasi isolato nel panorama della preistoria siciliana sia per la loro forma che per la loro caratterizzazione culturale legata alla presenza della cultura del Bicchiere Campaniforme, presentano orientamenti scaglionati tra Est ed Ovest. Il resto dell'evidenza, sia più antica (tombe a pozzetto e grotticella eneolitiche), sia più recente (pseudo-dolmen e tombe a pro-spetto monumentale costruito di periodo e cultura castellucciani) si colloca, invece, nel filone più diffuso degli orientamenti registrati al livello europeo: tra il sorgere ed il punto di massima altezza del sole. Ciò significherebbe che quel poco che di megalitismo è giunto in Sicilia, al di là della forte e caratterizzata presenza del Bicchiere Campaniforme, ben si inquadra nel panorama europeo più o meno coevo.
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