Ippopotami di Sicilia PDF Stampa E-mail

Acquedolci è una cittadina ai piedi dei Nebrodi sulla costa tirrenica, in provincia di Messina, la cui crescita demografica è dovuta allo sfortunato evento sismico del 1922 che colpì la cittadina di S. Fratello il cui abitato franò a valle costringendo la popolazione a trasferirsi verso il mare dove fu creata una borgata identificatasi con Acquedolci. Il nome è dovuto al fatto che una fonte sulle pendici di Pizzo Castellaro era resa dolce a causa della lavorazione, in periodo arabo, della canna da zucchero. Possiede le vestigia di un castello settecentesco nelle cui vicinanze sorgeva il porto Caricatorium Acquarum Dulcium nelle cui vicinanze ab antiquo erano presenti fondaci, mulini, trappeti, taverne e stationes.

 

Ad Acquedolci è visibile la famosa Grotta di S. Teodoro che, insieme col vicino Riparo Maria, costituisce una preziosa postazione per la conoscenza del Paleolitico Superiore nell’area mediterranea. Si tratta di un’ampia caverna carsica che ha restituito importanti tracce di frequentazione umana in un periodo che va dai 12.000 agli 8.000 anni a.C. specialmente con la grande testimonianza dei resti fossili, ricoperti di terra, di una giovane donna vissuta circa 11.000 anni fa a cui è stato “affettuosamente” attribuito il nome Thea per collegarlo al nome della grotta. La frequentazione antropica di Homo sapiens del tipo di Cro-Magnon della grotta (i cui scavi sono in corso), viene calcolata da 40.000 anni fa in avanti. Si sono ritrovati coproliti di iena, resti di pasto umano, sette sepolture ad inumazione e manufatti litici e ceramici fino all’età dei metalli. All’interno e fuori della grotta sono state rinvenute le industrie litiche che sono riferibili all’orizzonte epigravettiano nelle due fasi superioree inferiore. I materiali litici sono costituiti da quarzite grigia (i cui strumenti sono di dimensioni dai 5 ai 15 centimetri) e selce (il cui formato va dai 2 ai 3 centimetri). Si trovano geometrici, bulini, grattatoi, punte a dorso. Poiché i geometrici sono presenti in quantità molto elevata rispetto alla prima fase continentale dell’Epigravettiano finale, questa industria è stata definita tipica e dunque denominata “facies di S. Teodoro”. Da ricordare che nelle industrie litiche del resto d’Italia si verifica nell’Epigravettiano finale una progressiva riduzione di formato degli strumenti, non così in Sicilia.

La cosa più affascinante è stata messa in evidenza sul davanti della grotta e sotto la parete rocciosa: un deposito lacustre pleistocenico (parte inferiore dell’era quaternaria) risalente a 200.000 anni fa che si è conservato grazie alle particolari condizioni geomorfologiche. Il deposito, ubicato su un terrazzo marino alla base del massiccio calcareo di Pizzo Castellaro nella cui parete si apre la Grotta di S. Teodoro e il vicino Riparo Maria, è risultato ricoperto da ghiaie, ciottoli di quarzite e arenaria, provenienti da Monte Soro che è una delle unità sub-pleistoceniche dei Monti Nebrodi. Al di sotto di un suolo di frequentazione umana del Paleolitico superiore, sono state ritrovate argille e sabbie contenenti migliaia di resti di ippopotami (Hippopotamus pentlandi Meyer), alcuni resti di elefante (Elephas sp.), cervi (Cervus siciliae), orso (Ursus cfr. arctos), lupi (Canis lupus), tartarughe terrestri (Testudo cfr. hermanni), volpi (Canis vulpes), uccelli. Dal 1982 sono state scavate trincee durante 5 campagne di scavi che hanno dimostrato che nell’area di Acquedolci adiacente alla parete carbonatica suddetta era presente un bacino lacustre sul margine interno di una pianura costiera oggi scomparsa. è appena il caso di ricordare che in altri siti della Sicilia si sono verificate condizioni simili come nella periferia occidentale di Siracusa. Pare che in Sicilia si sia avuto un doppio arrivo di faune attraverso lo Stretto di Messina a partire da 500.000 anni fa che hanno dato avvio ad un’evoluzione abbastanza rapida, verso il nanismo, come nel caso di Elephas antiquus che avrebbe generato Elephas mnaidrensis ed infine Elephas falconeri, il più piccolo della specie. Gl'ippopotami di Acquedolci, vivendo nel bacino lacustre, alla fine della loro esistenza sedimentavano al fondo del bacino stesso stratificandosi e rendendo conto della grande abbondanza dei resti, a differenza degli altri animali terrestri i quali solo casualmente potevano finire nel bacino. L’ippopotamo siciliano (Hippopotamus pentlandi) sembra derivare dall’Hippopotamus amphibius o dalla specie Hippopotamus antiquus.

L’interesse suscitato dalle scoperte e le correlazioni evidenziate tra i vari depositi paleontologici pleistocenici siciliani (grotte Molara, Uzzo, Spinagallo) hanno orientato gli studi e gli interventi della Soprintendenza di Messina verso l’indagine e la tutela di questo considerevole patrimonio paleontologico e paleoambientale precedente all’insediamento umano.

Per approfondimento si consiglia di consultare, oltre alla letteratura scientifica di settore, gli atti del convegno di studi preistorici “Prima Sicilia, alle origini della società siciliana” a cura di Sebastiano Tusa, tenuto a Palermo nel 1977. Un grazie a Laura Bonfiglio e Salvatore Chilardi.
 

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