| Platia antica |
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Il piccone dell’archeologo ha messo in luce finalmente un tratto di città sepolta che tutti sognavamo di vedere. La
Ora il ritrovamento porrà più domande di quante non ce ne aspettassimo all’inizio dello scavo quando, dopo un piccolo saggio di Lorenzo Guzzardi di qualche metro di profondità che doveva dimostrare la presenza delle dépendances della Villa romana, si è compreso che le cose stavano diversamente e in maniera più complessa. Leggendo infatti l’aerofotogrammetria si era da tempo compreso che nel famoso noccioleto di sud-est doveva essere sepolto un sito interpretabile come la cosiddetta “pars fructuaria” della Villa e per molti decenni del secolo scorso si era trascurata la possibilità di metterla in luce, forse perché ritenuta di scarsa importanza o forse perché Fortunatamente l’interesse di questi ultimi anni per l’archeologia si è rinnovato e la possibilità di accedere a fondi europei ha risvegliato lo scoramento degli archeologi che si erano rassegnati ad assistere impotenti al degrado dei siti già scoperti e al disinteresse delle istituzioni che, a causa della impossibile tutela, consegnavano i siti stessi al mondo dei clandestini e alle intemperie. Così un progetto tra l’Università “ Questa situazione ha contribuito non poco a risvegliare l’interesse sull’archeologia medievale che era considerata di poco conto fino a qualche decennio fa quando, anche nell’immaginario collettivo, archeologia era sinonimo di grecità o romanità. Un concetto così riduttivo della scienza archeologica dovrebbe farci gridare allo scandalo per tutto ciò che di medievale venne distrutto, negli anni cinquanta del secolo scorso in contrada Casale per giungere ad ogni costo ai pavimenti musivi della Villa, tuttavia la storia della cultura e della civiltà – come ebbe a scrivere qualche giorno addietro Umberto Eco in una delle sue famose Bustine di Minerva – è fatta di tonnellate di informazioni che sono state seppellite. Fortunatamente ogni tanto si parte daccapo e con rinnovati entusiasmi per tentare di recuperare ciò che si è perduto. Per l’identificazione del villaggio, bisogna ancora una volta ritornare indietro nel tempo fino a Ruggero Scavo, figlio del Conte Simone Aleramico, che capitanò la ribellione di Butera e di Piazza, contro il potere del re Guglielmo I, che aveva instaurato un clima politico di tolleranza e pacifica convivenza con i sudditi arabi e greci. Lo storico Ugo Falcando, nella descrizione della tremenda punizione reale, chiama la nostra città Placia come nobilissimo oppidum lombardorum in plano situm e ciò continua a porre il problema della sua ubicazione, a meno che non venga messo momentaneamente in disparte il piano Marino o la sua continuazione come piano Cannata col borgo Rambaldo dove sicuramente fu presente un insediamento medievale a un chilometro dalla nuova Piazza. Fatto questo, bisognerà capire perché sui colli di Piazzavecchia, Mangone e Monte Casale, sono ancora visibili le rovine di tre torrioni a guardia della vallata del Casale. Per controllare l’accesso alla Villa – i Palatia – o pure alla cittadina di Platia che risultava di estrema importanza strategica, economica e militare? La eventuale ubicazione di Platia nell’adiacenza della Villa romana del Casale ci autorizza a considerare il luogo come plano situm? Se così fosse anche il nome Blatsa (‘Blatsah) potrebbe davvero essere la risultante arabizzata di Platza (quella del diploma di Simone Aleramico del 1142) e questo, a sua volta, la volgarizzazione di Platia (Palatia). Come è noto, due studiosi piazzesi recentemente scomparsi – Ignazio Nigrelli e Litterio Villari – hanno offerto due diverse interpretazioni onomastiche alla questione senza poterla dirimere con certezza. Ora siamo più vicini alla soluzione. Un ultimo problema, ma certamente non meno importante, è quello annoso della conservazione e della tutela del sito, senza dimenticare per il momento quello della fruizione. I siti archeologici del nostro territorio, pur con la buona volontà delle istituzioni, purtroppo – da Monte Naone a Montagna di Marzo e oltre – restano incustoditi e dunque alla mercé di vandali e cercatori di frodo. Per il villaggio del Casale è assolutamente necessario e urgente un progetto di tutela a breve termine e uno di estensione dello scavo fino al suo naturale completamento. Si spera infine che i resoconti dello scavo, se non gli studi consequenziali, vengano pubblicati e messi a disposizione della fruizione pubblica e degli storici. |




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