Platia antica PDF Stampa E-mail

 

Il piccone dell’archeologo ha messo in luce finalmente un tratto di città sepolta che tutti sognavamo di vedere. La Piazza primigenia, anello di congiunzione tra un borgo di tarda romanità adiacente alla Villa e l’attuale Piazza che ne è la continuatio urbis dopo la distruzione di quella antica, operata da Guglielmo il Malo nel 1161. La suggestione di aver ritrovato l'antica urbe è forte se in meno di nove mesi di scavi regolari accanto a quell’unicum che è la Villa romana del Casale, abbiamo assistito ad un parto straordinario e cioè all’affioramento di un grande villaggio di epoca medievale i cui reperti recuperati conducono fino alla datazione della sua scomparsa. Gli archeologi infatti fanno osservare che molti indizi portano alla conclusione che il sito venne abbandonato in maniera improvvisa per un qualche ragione, naturale o voluta che fosse. Monete, anfore e vasellame vario, aratri, una miriade di frammenti fittili ripuliti sono un enorme patrimonio recuperato per lo studio e che potrà restituire una mole di dati interessanti per un’intera generazione di studiosi.

Ora il ritrovamento porrà più domande di quante non ce ne aspettassimo all’inizio dello scavo quando, dopo un piccolo saggio di Lorenzo Guzzardi di qualche metro di profondità che doveva dimostrare la presenza delle dépendances della Villa romana, si è compreso che le cose stavano diversamente e in maniera più complessa. Leggendo infatti l’aerofotogrammetria si era da tempo compreso che nel famoso noccioleto di sud-est doveva essere sepolto un sito interpretabile come la cosiddetta “pars fructuaria” della Villa e per molti decenni del secolo scorso si era trascurata la possibilità di metterla in luce, forse perché ritenuta di scarsa importanza o forse perché la Villa ingombrava talmente con la sua bellezza l’immaginario collettivo da non permettere a nessuno di occuparsi di un sito ritenuto minore e volgare.

Fortunatamente l’interesse di questi ultimi anni per l’archeologia si è rinnovato e la possibilità di accedere a fondi europei ha risvegliato lo scoramento degli archeologi che si erano rassegnati ad assistere impotenti al degrado dei siti già scoperti e al disinteresse delle istituzioni che, a causa della impossibile tutela, consegnavano i siti stessi al mondo dei clandestini e alle intemperie.

Così un progetto tra l’Università “La Sapienza” di Roma, la Soprintendenza di Enna e il Museo della Villa romana, è stato finanziato dalla Comunità europea ed ha permesso un’intensa campagna di scavi con l’esplorazione di ben otto fasi storiche attraverso una stratigrafia che va dall’epoca romana a quella basso-medievale. Nel marzo 2004 infatti, un’èquipe del prof. Patrizio Pensabene, formata da giovani archeologi (Greco, Barresi, Sofia, Demma), disegnatori (Lopes e Fiano) e con l’ausilio di operai specializzati, studenti universitari e liceali, è cominciata un’avventura archeologica tra le più interessanti della Sicilia e che ha posto una serie di riflessioni e quesiti sia sulla conduzione stessa dello scavo che sulla sua conservazione e tutela. Mano a mano che lo scavo procedeva si è assistito alla scoperta di ambienti domestici e manufatti riconducibili ad una situazione urbanistica vera e propria il cui limite di estensione può giungere fino ad uno spazio abitativo di oltre ventimila metri quadrati.

Questa situazione ha contribuito non poco a risvegliare l’interesse sull’archeologia medievale che era considerata di poco conto fino a qualche decennio fa quando, anche nell’immaginario collettivo, archeologia era sinonimo di grecità o romanità. Un concetto così riduttivo della scienza archeologica dovrebbe farci gridare allo scandalo per tutto ciò che di medievale venne distrutto, negli anni cinquanta del secolo scorso in contrada Casale per giungere ad ogni costo ai pavimenti musivi della Villa, tuttavia la storia della cultura e della civiltà – come ebbe a scrivere qualche giorno addietro Umberto Eco in una delle sue famose Bustine di Minerva – è fatta di tonnellate di informazioni che sono state seppellite. Fortunatamente ogni tanto si parte daccapo e con rinnovati entusiasmi per tentare di recuperare ciò che si è perduto.

Per l’identificazione del villaggio, bisogna ancora una volta ritornare indietro nel tempo fino a Ruggero Scavo, figlio del Conte Simone Aleramico, che capitanò la ribellione di Butera e di Piazza, contro il potere del re Guglielmo I, che aveva instaurato un clima politico di tolleranza e pacifica convivenza con i sudditi arabi e greci. Lo storico Ugo Falcando, nella descrizione della tremenda punizione reale, chiama la nostra città Placia come nobilissimo oppidum lombardorum in plano situm e ciò continua a porre il problema della sua ubicazione, a meno che non venga messo momentaneamente in disparte il piano Marino o la sua continuazione come piano Cannata col borgo Rambaldo dove sicuramente fu presente un insediamento medievale a un chilometro dalla nuova Piazza. Fatto questo, bisognerà capire perché sui colli di Piazzavecchia, Mangone e Monte Casale, sono ancora visibili le rovine di tre torrioni a guardia della vallata del Casale. Per controllare l’accesso alla Villa – i Palatia – o pure alla cittadina di Platia che risultava di estrema importanza strategica, economica e militare? La eventuale ubicazione di Platia nell’adiacenza della Villa romana del Casale ci autorizza a considerare il luogo come plano situm? Se così fosse anche il nome Blatsa (‘Blatsah) potrebbe davvero essere la risultante arabizzata di Platza (quella del diploma di Simone Aleramico del 1142) e questo, a sua volta, la volgarizzazione di Platia (Palatia). Come è noto, due studiosi piazzesi recentemente scomparsi – Ignazio Nigrelli e Litterio Villari – hanno offerto due diverse interpretazioni onomastiche alla questione senza poterla dirimere con certezza. Ora siamo più vicini alla soluzione. Un ultimo problema, ma certamente non meno importante, è quello annoso della conservazione e della tutela del sito, senza dimenticare per il momento quello della fruizione. I siti archeologici del nostro territorio, pur con la buona volontà delle istituzioni, purtroppo – da Monte Naone a Montagna di Marzo e oltre – restano incustoditi e dunque alla mercé di vandali e cercatori di frodo. Per il villaggio del Casale è assolutamente necessario e urgente un progetto di tutela a breve termine e uno di estensione dello scavo fino al suo naturale completamento. Si spera infine che i resoconti dello scavo, se non gli studi consequenziali, vengano pubblicati e messi a disposizione della fruizione pubblica e degli storici.
© Sebi Arena

 

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