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Imera - da Storia della Sicilia
(Roland Martin, Paola Pelegatti, George Vallet, Giuseppe Voza)
Storia
La città fu fondata da coloni zanclei verso la metà del VII secolo a.C., un cinquantennio circa dopo la fondazione di Mylai, l'odierna Milazzo. Mentre quest'ultima distava dallo Stretto solo una trentina di chilometri, la nuova colonia ne dista ben duecento, ed era quasi a contatto con la zona di influenza punica.
Tucidide (VI, 5,1) precisa che, insieme agli Zanclei e ai Calcidesi, parteciparono alla fondazione un gruppo di fuoriusciti siracusani (i miletidi, n.d.r.); tre ne furono gli ecisti; Euclide, Simo e Sacone. Il carattere misto della popolazione spiega il fatto che il dialetto parlato presentava elementi calcidesi e dorici, mentre le istituzioni che prevalsero furono prettamente calcidesi. Gli avvenimenti successivi a noi noti ci riportano all'inizio del V secolo a.C.
Quando i tiranni di Gela prima e di Siracusa poi estesero il loro dominio sulle città calcidesi della Sicilia nord-orientale, Imera fu l'unica città calcidese di Sicilia che, per un certo tempo, rimase indipendente: Zancle stessa era stata presa da Ippocrate e sottoposta al controllo diretto di un governatore, Scite, originario di Cos. Anaxilas (Anassilao), tiranno di Reggio, strinse allora alleanza con Terillos, tiranno di Imera e quando nel 482/ 481 a.c. Terone di Agrigento s'impadronì della città, Terillos sollecitò l'aiuto dei Cartaginesi: l'inevitabile scontro fra i Dori di Siracusa, Gela e Agrigento da una parte e i Cartaginesi dall'altra ebbe luogo nella pianura di Imera. I Cartaginesi subirono allora la loro prima grave disfatta nel Mediterraneo (480 a.c.).
Nel 476 a.c. Terone, dopo aver provocato la distruzione dell' elemento calcidese, ripopolò la città con coloni dorici (Er., VII, pp.165 sgg.; Thuc., VII, 58,2-3; Diod., XI, 48, 6-8 e 49, 3-4). Però il dominio dei tiranni di Agrigento fu di breve durata: dopo l'espulsione di Trasideo, figlio di Terone, nel 472 a.c., Imera riconquistò la sua libertà. Fu allora coinvolta, come tutte le città greche di Sicilia, nel conflitto fra Siracusa e Atene.
Nel 409 a.C. fu rasa al suolo dai Cartaginesi e abbandonata (Diod., XI, 49, 4 e XIII, 62, 4-5): gli abitanti furono allora costretti a rifugiarsi a Thermai Imeraiai, dove dovettero coabitare con gente punica.
Insediamento geografico e topografico
Gli Zanclei scelsero come sito per la nuova colonia una terrazza di origine fluviale, calcarea e argillosa, leggermente inclinata da sud a nord e da ovest a est, che sorge fra due fiumi, il Torto a est (lungo 50 km; bacino 421 kmq) e l'Imera a ovest (nasce nelle Madonie a poca distanza dalle sorgenti del Salso, è lungo 32 km e ha un bacino di 344 kmq), la cui foce serviva probabilmente da zona portuaria alla nuova colonia. A nord, questa terrazza, la cui altezza media è di 75 m circa, domina lo stretto litorale di origine alluvionale, mentre a sud è limitata da formazioni calcare e del Pleistocene, le cui cime dominanti sono Cozzo Scacciapidocchi (180 m) e Cozzo Rocca del Drago (204 m). L’estensione della città non è esattamente conosciuta. Secondo Mauceri (Topografia, coll. 392 sgg., tav. I-II), l'Imera di epoca classica avrebbe conosciuto uno sviluppo e una estensione in direzione sud: essa avrebbe allora inglobato nell'interno delle mura il Cozzo Scacciapidocchi e il Cozzo Rocca del Drago.
Le due fasi della cinta muraria (cinta arcaica e cinta posteriore al V secolo a.c.) sarebbero documentate da massi affioranti o da resti di opere fortificate (Cozzo Rocca del Drago). Lo studio accurato di G. Schmiedt in Himera, I (pp. 24 sgg.) permette di pensare che il circuito della cinta arcaica proposto da Mauceri è, nelle sue grandi linee, abbastanza verosimile. Se così fosse, si avrebbe una prova che le fasi successive dell'urbanizzazione sarebbero avvenute all'interno di un'area il cui perimetro sarebbe stato originariamente determinato. Invece, secondo Schmiedt, «si può senza dubbio concludere che l'ampliamento della cinta indicata dal Mauceri (per la città dopo il V) secolo non sembra trovare sul terreno alcuna testimonianza» (ibidem, p. 29).
Il sito urbano

Le nostre conoscenze circa la città di Imera si sono arricchite in seguito agli scavi ivi condotti dall'Istituto di Archeologia dell'Università di Palermo sotto la direzione di N. Bonacasa. Un primo volume pubblicato nel 1970 ha fornito i dati essenziali degli scavi eseguiti nel corso degli anni 1963 - 65: particolarmente importanti per i problemi del sito urbano sono i contributi di N. Bonacasa (“l'area sacra”, pp. 51 sgg.) e di E. Joly (“l'abitato”, pp. 239 sgg.) ai quali sarà opportuno aggiungere un articolo dello stesso Bonacasa (Il problema urbanistico di Himera, Quaderno Imerese, I, 1972, pp. 1-16). Il volume Himera II (1976) presenta i risultati degli scavi dal 1966 al 1973 che sono di particolare importanza per i problemi dell'urbanistica e dell'abitato (cfr. la presentazione delle principali conclusioni a cura di N. Bonacasa, pp. 3-26 e di O. Belvedere, pp. 575-595).
Nel corso degli scavi, una zona sacra e tre quartieri di abitazioni sono stati parzialmente esplorati. I settori scavati o riconosciuti sono abbastanza distanti ed estesi per permettere delle conclusioni d'insieme. Dei tre quartieri di abitazioni, l'uno si trova a sud, l'altro a nord, al limite della collina, il terzo a nord-est ed è fra questi due ultimi che fu edificata l'area sacra. Una delle conclusioni più importanti è l’esistenza, ormai ben documentata, di due orientamenti: i tre templi dell' area sacra (A, B e C), il cosiddetto tempio della Vittoria edificato nella fascia costiera sottostante il settore orientale della città e le abitazioni più antiche del quartiere a nord rispecchiano lo stesso allineamento (nord-est, sud-ovest con una inclinazione di 24° circa sull'asse est-ovest). Questo è dunque l'allineamento dell'abitato e degli edifici sacri del VII e di tutto il VI secolo a.C., che fu ancora adottato per i templi del V secolo a.C. Invece, in una seconda fase, l'abitato fu ricostruito secondo un altro orientamento che è pressappoco est-ovest.
Il nuovo impianto urbano è ormai attuato in base a isolati (146 x 32 m) separati da strade larghe 5,50 m. e tagliati da ambitus sia in senso longitudinale sia trasversale.
È da notare dunque che il rinnovamento urbanistico è attuato secondo un piano che non tiene conto dell'orientamento dell'impianto arcaico. Non è facile né datare né spiegare questa trasformazione radicale: si può affermare che essa intervenne nel corso della prima metà del V secolo a.C. e che è, probabilmente, da mettere in rapporto con un avvenimento di grande importanza.
Il tessuto urbano del V sec.
Questo orientamento nuovo si ritrova nelle poche vestigia che si possono datare dopo il massiccio abbandono del sito nel 407 a.c.
Nello studio già più volte citato, G. Schmiedt, tornando all'esame delle ipotesi di Manceri, si chiede se si possa affermare che il rinnovamento urbanistico sia avvenuto o meno all'interno di un'area il cui perimetro sarebbe stato fissato sin dall'età arcaica (Himera, I, p. 30). Allo stato attuale delle ricerche, non si può rispondere con certezza a questo interrogativo. Tuttavia, sembra ormai certo che un'eventuale estensione sia da ricercare non a nord ma nella fascia costiera, vicino al porto. Anche se le ipotesi avanzate da Mauceri per questa zona non sono tutte da accettare (borgo portuale difeso da un recinto fortificato), le esplorazioni archeologiche dell'Università di Palermo hanno confermato che il tempio della Vittoria era inserito in una area sacra; esse hanno inoltre rivelato che una buona parte della pianura a occidente del fiume era occupata dalla città. Però, anche in questo caso, si dovrà stabilire se si tratti di una estensione o se la pianura bassa facesse già parte dell'area della città arcaica.
In ogni modo, come ha giustamente sottolineato D. Asheri (La popolazione di Imera nel V secolo a.C., in «Riv. Fil. Istr. Class.», 1973, pp. 457 sgg.), la superficie della città alta sembra molto ristretta. Supponendo che nel corso dei V secolo a.c. essa fosse tutta occupata da isolati identici a quelli che sono stati identificati, vi sarebbe stato posto per 17 isolati, cioè per un massimo di 450 blocchi di abitazioni quadrate (16 x 16 m); usando una media di 6-8 persone libere per blocco (come per Olinto), si arriverebbe a una città con un massimo di 3000 abitanti, 4000 con gli schiavi. Invece, basandosi sui dati fornitici specialmente da Diodoro, Asheri valuta l'insieme della popolazione di Imera al momento dell'assedio a opera dei Cartaginesi (408 a.c.) a un totale approssimativo di 18-20.000 abitanti. Si chiede allora «dove abitava la grande maggioranza della popolazione imerese» (ibidem, p. 464) e conclude: «c'erano i proasteia (Diod., XIII, 75, 2) cioè i sobborghi, sviluppatisi probabilmente dopo il rincalzo dorico del 476 a.C. (Diod., XI, 49, 3) nella zona di Buonfornello, dove dopo il 480 a.c. venne eretto il cosiddetto tempio della Vittoria. Molti nuovi coloni dovettero essere insediati fuori le mura. C'è poi la chora imerese. La upsikremnos Imera (cioè la città arroccata) di Eschilo (fr. 64 Mette) sarebbe stata una rocca oligarchica... abitata da un numero ristretto di famiglie benestanti... che in caso di assedio, accoglie entro le mura l'intera popolazione agricola, che normalmente vive nei villaggi» (ibidem, p. 465).
Come si vede, gli scavi sistematicamente condotti nel dopoguerra all'interno di alcune colonie greche di Sicilia portano elementi nuovi per una valutazione, almeno approssimativa, del numero dei loro abitanti (si ricorderà che queste ricerche di carattere demografico erano state oggetto nel XIX secolo di studi specifici, fondati sui dati delle fonti storiche). Tuttavia, bisogna tenere conto del carattere necessariamente limitato delle ricerche che hanno potuto essere effettuate su alcuni siti. D'altro canto, secondo la prudente conclusione dell’Asheri, i dati riguardanti una città dovrebbero, per acquistare una validità storica, essere confrontati con quelli provenienti da altre. Allo stato attuale delle ricerche, tale esigenza deve essere considerata più come un augurio che come una concreta possibilità.
Le necropoli e il territorio
Il territorio non è stato ancora oggetto di un'esplorazione sistematica. Schmiedt, basandosi su considerazioni geografiche e storiche più che su una documentazione archeologica (Himera, I, pp. 35 sgg.), ha presentato le seguenti ipotesi: il limite est della chora potrebbe essere definito da una linea che seguiva a partire da Cefalù le alture del Pizzo S. Angelo (1081 m), del Pizzo Carbonara (1979 m) fino a raggiungere Resuttano e Terrav:ecchia di Cuti, che corrisponderebbe alla zona limitrofa di Gela; verso ovest, il territorio non poteva in ogni modo estendersi oltre il fiume S. Leonardo, dato che la zona al di là del fiume era sotto il dominio dei Punici, come attestano le scoperte archeologiche, in modo particolare nelle necropoli. Questo limite fu determinato per la scelta del sito di Thermai Imeraiai dopo. il 407 a.C., quando gli abitanti di Imera furono cacciati dalla loro città e costretti a dividere con i Punici un nuovo abitato. Proseguendo verso sud, lasciando quindi la vallata del S. Leonardo, si raggiunge l'attuale città di Castronuovo di Sicilia e a poca distanza il Monte Cassero che è il punto estremo raggiunto dal territorio di Agrigento verso nord (cfr. D. Adamesteanu, in «EAA»
VII, 1966, p. 271, v. Sicilia e A. Tusa, in «Kokalos» IX, 1963, pp. 129 sgg.). Se tale ipotesi venisse accettata, ne risulterebbe che i limiti meridionali del territorio di Imera sarebbero le attuali città di Terravecchia di Cuti e di Castronuovo di Sicilia. La sua profondità sarebbe dunque di 35-40 km, uguale più o meno alla sua larghezza. Purtroppo non abbiamo nessun elemento che ci permetta di precisare né la densità né le modalità dell’occupazione.
Tre necropoli sono state identificate: la prima si estendeva lungo il ripido pendio che scende dal Piano di Tamburino a ovest della città; la seconda è stata individuata a sud, presso il Cozzo Scacciapidocchi e l'ultima verso nord-est, sulla riva destra dell'Imera a Pestevecchia di Roccella (cfr. Di Stefano, Imera, I, pp. 319 sgg,), Per quest'ultima, i dati dei vecchi scavi (1926-27) sono stati pubblicati da Di Stefano (Imera, II, pp. 783-820)
Cenno numismatico
Le prime emissioni dovute alle zecche di Himera appaiono poco dopo la metà del VI secolo a.c., probabilmente negli anni 540/530 a.c. Si riallacciano logicamente al sistema metrologico euboico e sono anepigrafi. Sul dritto presentano un gallo araldico che dura fino agli anni 472 a.C. e al quale Pindaro allude nella dodicesima ode olimpica. Sul rovescio, il quadrato incuso, come sulle monete arcaiche di Siracusa e di Selinunte, è ornato dal motivo ad ali di mulino, poi da una piccola gallina.
Il didramma coniato poco dopo il 472 a.C., cioè al momento nel quale la città caccia Trasideo, figlio di Terone, segna l'abbandono dei tipi primitivi e introduce sul dritto la figura del cavaliere nudo che salta dal cavallo galoppante. Questo tipo rimane in circolazione fino alla metà del V secolo a.C. Il nuovo tema, trattato con uno stile vigoroso, è circondato (con la leggenda IMEPAION nell'esergo) da un cerchio perlato che esisteva già nelle emissioni arcaiche. Sul rovescio, è raffigurata una scena di sacrificio che durerà fino alla fine del V secolo a.C. la ninfa Imera alza la mano sinistra e tiene nella mano destra una fiala con la quale fa un'offerta su un piccolo altare. Tale scena evoca la presenza di Hypsas sul rovescio dei tetradrammi di Selinunte (dopo il 467 a.c. circa) e dimostra quanto fosse ancora viva la mitologia locale di fronte all'iconografia classica dell'Olimpo.
Dopo il 450 a.c. lo schema siracusano sarà adottato a Imera, però con una interpretazione originale: sul dritto, la ninfa protettrice della città appare nell'atto di guidare una quadriga coronata da una Nike, mentre essa figura ancora sul rovescio nella scena di sacrificio che abbiamo descritto prima; però, a destra della ninfa, è rappresentata ormai una fontana (grondaia leonina) nella quale viene a bagnarsi un Sileno piccolo e nudo.
I tipi monetali non subiscono cambiamenti fino alla fine del secolo; si noterà solo una ricerca maggiore nella potenza espressiva degli atteggiamenti e nell'evocazione della prospettiva. Le emissioni cessano con la distruzione della città a opera dei Cartaginesi nel 409 a.C.
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