Philosophiana - Un testo storico del compianto archeologo rumeno Dinu Adamesteanu

 

PHILOSOPHIANA

(Dinu Adamesteanu, Atti della IV Riunione Scientifica della Scuola di Perfezionamento in Archeologia dell'Università di Catania. Piazza Armerina, 1983)

La contrada di Sofiana si trova sul bordo meridionale del fiume Gela che serpeggia, dopo aver lambito il lato meridionale della Villa del casale, tra le montagne di Navone e di Alzacuda, per dirigersi poi, verso la catena del Dessueri e Gibiliscemi e sboccare infine nella pianura di Gela.
Il lato settentrionale della contrada di Sofiana è quindi ben protetto da M. Navone e M. Manganello, quest'ultima montagna sede di un altro centro indigeno, come sono M. Navone e Alzacuda.
Sul lato orientale la contrada è chiusa da una serie di colline, come quella di Budonetto e Finocchio, mentre a meridione sull'orizzonte si profila l'allungata collina di Salveria, la quale, alla sua punta occidentale, va quasi ad unirsi con quell'altra, già menzionata, di Alzacuda.
Ad una prima vista la contrada appare chiusa da ogni lato, ben difesa dai venti, specialmente dalla tramontana e dal forte vento del Sud. Ma la stessa contrada è purtuttavia aperta su ogni lato e specialmente sulla linea est-ovest, restando in stretto collegamento con tutte le zone viciniori. La contrada di Sofiana è disposta su una lunga spianata, leggermente inclinata da Nord a Sud, che si frappone tra l'Alzacuda e Budonetto. Su ogni lato la zona è disseminata di sorgenti, per cui la terra è particolarmente fertile. Tra queste sorgenti due meritano una parola, e precisamente quella di Margi Rosso e quella di Val Canonico, la prima sita a monte dell'insediamento sul lato ovest, verso Alzacuda, la seconda a Sud, al limite meridionale dell'abitato.
Per tutta l'estensione della spianata, sulle diverse terrazze appena percettibili, s'incontrano non soltanto i diversi tipi di coppi di copertura, ma anche una serie di ruderi e di lastroni, questi ultimi disseminati in zone prive di coppi di copertura ma pur sempre in terreni archeologici.
È a questo tipo di ruderi, di lastroni e di coppi di copertura che allude anche il nome di Petrusa che i contadini hanno dato alla zona; nome che però è limitato soltanto all'area del vecchio insediamento, mentre il nome Sofiana si estende a tutta la zona.
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Su una fascia di circa m.500 da Est a Ovest, sulla parte più alta della spianata, appariva evidente [scavi del 1954 e poi del 1961] l'estensione dell'abitato, con uno sviluppo, sulla linea sud-nord, di altri 300 metri. Quest'area corrisponde all'incirca alla parte più alta della spinata mentre sulle terrazze minori, ai lati della presupposta area abitata, apparivano evidenti le zone sepolcrali denunciate dai grandi lastroni di copertura e dalla mancanza quasi totale di coppi di copertura delle abitazioni. Molti lastroni erano stati smossi dagli aratri meccanici, da poco tempo apparsi anche in questa zona. Dappertutto, meno che sulla parte meridionale, l'abitato appariva circondato da una vasta necropoli. Su quest'ultimo lato e precisamente verso la punta sud-ovest, su una collinetta, un cumulo di rovine ricoperte da rovi ed erbacce era indicato dai contadini con nome di Chiesazza. Tutt'intorno a questo cumulo di rovine spuntavano gli stessi lastroni incontrati ai margini dell'abitato, denuncianti anche qui un sepolcreto intorno ad una basilica extra moenia.
Così definiti i limiti topografici dell'abitato di Sofiana, i primi saggi presero di mira una ristretta a-rea da cui spuntavano due strutture, immediatamente a Nord dell'attuale strada comunale che da Mazzarino conduce nella contrada, a Nord di una povera baracca. Nella terra smossa dai lavori agricoli apparvero numerosi coppi in argilla rossiccia o verdastra molto mal impastati con paglia, leggeri e assai poco consistenti. Mischiati ad essi erano frammenti di un tipo di vaso in impasto nerastro con molte impurità, con la superficie decorata da linee ondulate incise nella pasta ancora cruda. Essi presentavano un aspetto del tutto simile ai vasi preistorici, e tali potevano essere considerati se non fossero apparsi in strati ben definiti da monete di Federico II e di Guglielmo II, vale a dire di un periodo che va dal XII al XIII secolo. Allo stesso periodo appartiene inoltre anche tutta la gamma di ceramica invetriata con manifeste forme di vasi del tipo arabo-normanno. A questo strato di ceramica invetriata appartiene anche una "moneta" di vetro con il sigillo arabo dell'Emiro Ibrahim dell'Egitto, databile nei primi anni dell'XI secolo. La ceramica, le monete ed i coppi di copertura venivano raccolti in piccoli ambienti con i muri in blocchetti legati da argilla impastata con paglia.
Era evidente però che diverse fondazioni di questi muretti presentavano una coesistenza del tutto diversa: i muri di fondazione apparivano molto più spessi e ben legati da dura malta di tipo romano, anche se in molti tratti questa si presentava sotto forma della tipica malta della zona imbevuta di gesso. A mano a mano che si scendeva sotto le strutture medioevali, apparivano nettamente i muri di un edificio la cui ampiezza e robustezza erano tipicamente romane. I coppi di copertura si presentavano ora più robusti e con una caratteristica striatura sulla superficie esterna, qualche volta assumendo la forma di un reticolato. La ceramica invetriata spariva completamente, mentre veniva nettamente sostituita da una serie di vasi a corpo cilindrico, di grandi e pesanti scodelloni, con la superficie decorata da linee parallele ondulate o a zig-zag. Le monete dominanti in questo strato sono quelle di Costante II oppure quelle di Eraclio che riportavano lo strato al VII e all'VIII secolo. Fatto degno da ritenere è che le monete sono contrassegnate dalle sigle S C L, indicanti quindi la provenienza dalle zecche di Catania e di Siracusa. Anche i frammenti di vetro si infittiscono, specialmente quelli piatti, probabilmente appartenenti alle finestre. Dall'angolo nord-ovest dello scavo, nello strato con monete di Eraclio (615 - 641) è apparsa una laminetta di piombo (cm. 7 x 11) con una iscrizione su cui ci fermeremo in seguito.
Molti degli ambienti appartenenti a questo periodo si presentano con muri perimetrali sia in pietra-me irregolare misto a frammenti di coppi, sia con robusti muri in malta, come nell'ambiente n. IX. Molti altri ambienti vengono ricavati da altri anteriori a questa fase. Il loro adattamento ad abitazioni piccole è stato ricavato, spesse volte, con la chiusura delle porte o con divisioni provvisorie destinate, come nell'ambiente n. XII, a creare lo spazio necessario ad una tarda fornace di coppi o di vasi, fornace il cui tiraggio avveniva sotto l'entrata orientale. Le stesse fornaci sono apparse nell'ambiente n.II e nel tepidarium; quest'ultima precisamente sul lato ovest del grande ambiente. In molti casi, come nel tepi-darium, la fornace si appoggiava direttamente sul pavimento; altre volte - come nel caso della fornace di vasi dell'ambiente n.XII - essa venne installata in una vasca appartenente alla prima fase dell'impianto. In uno di questi ambienti venne ricavata anche una piccola basilichetta con due navate.
Ma già in questa prima fase dello scavo, a mano a mano che si scendeva in profondità, mentre si arrivava ai pavimenti, si profilavano le linee di un grande impianto termale con orientamento nord-est/sud-ovest.
La ceramica, questa volta, è dominata dalla sigillata chiara nelle sue forme più tardive o da grandi quantità di frammenti vitrei. Nell'ambiente n. IX venne trovato un vero e proprio deposito di vasi vitrei intorno ad una fornace, di dimensioni molto piccole, ma adibita certamente alla lavorazione vitrea, come dimostrano le grandi scorie accumulate nell'area meridionale dell'ambiente. Della massima im-portanza, per una datazione della fase terminale dell'impianto termale, che ora appariva ben delineato nelle sue forme, sono le monete di Costante (337 - 350). Nell'ambiente XII, invece, fu recuperato un ripostiglio di 120 monete che terminano nello stesso periodo di Costante. Allo stesso periodo ci condu-cono anche i fondi di missoria, [piatto prezioso da portata in metallo, vetro o terracotta; N.d.R.] ognu-no raffigurante il busto di un imperatore, databili, come si vedrà, nel IV secolo d.C. Ma già durante il lavoro di ripulitura di questi ambienti apparvero evidenti diversi raccordi tra le strutture, il che impo-neva una revisione totale delle diverse epoche precedenti l'edificio. Per la verifica di queste fasi si è largamente approfittato della mancanza dei pavimenti per praticarvi una serie di saggi. Si è visto infatti che immediatamente sotto il pavimento degli ambienti XI-XII, proprio sul posto in cui si era installata la fornace tardo-romana, sia le monete che la ceramica erano del tutto diverse da quelle trovate in superficie: furono trovate monete antoniniane e lucerne, mentre in un saggio sul lato meridionale di una vasca ivi esistente vennero messi in luce frammenti di pittura, di ceramica aretina e due monete di Tiberio. Gli stesi oggetti furono rinvenuti anche nei saggi fatti lungo il muro perimetrale settentrionale, dove le stesse fondazioni presentavano una grande rassomiglianza con le altre messe in luce negli ambienti XI-XII.
Approfittando dello spazio, i saggi in profondità sono stati praticati in altri due posti, e precisamente sul fronte meridionale e nella parte nord-est dell'impianto termale. Il materiale di datazione di questo nuovo strato, anche se tormentato dalle fondazioni degli edifici di età tiberiana, è abbastanza compatto, rappresentato da monete repubblicane, ed infine dalla ceramica calena, frammista con le monete di Jerone II. Il gruppo maggiore di questo tipo di monete è apparso nella zona settentrionale, mentre la ceramica calena è apparsa nel saggio praticato a Sud delle Terme.
Sotto questo strato venne incontrata anche la tipica ceramica a vernice nera lucente della seconda metà del IV secolo a.C. Tipici sono i fondi di skyphoi a pareti sottili o fondi di kylikes con il fondo decorato da rosette impresse. Non è apparsa finora alcuna moneta timoleontea che possa giustificare la presenza sul posto di una di quelle fattorie di cui è pieno il retroterra di Gela. É certo però che nella zona di Sofiana dovevano esistere molte di queste fattorie, e qualcuna venne identificata già nel 1954 nell'area della necropoli orientale e più ad Ovest ancora, nella zona chiamata "Sopra il Fontanile degli Albertazzi", nelle immediate vicinanza di Sofiana. Nella zona a settentrione delle Terme, nell'ambiente I di un grande edificio, che deve ancora essere messo pienamente in luce, durante i lavori di ripulitura di questo strato, apparve anche un muretto in pietrame irregolare, con orientamento nord-est/sud-ovest.
Era chiaro, però, che non si era ancora arrivati al terreno vergine, e perciò nelle due aree si è continuato lo scavo in profondità. In entrambe le zone vennero in luce molti frammenti di ceramica del VI-V secolo a.C., mentre in un altro saggio a settentrione, a m. 1,25 dal piano di campagna, è apparsa una lucerna della seconda metà del VI secolo a.C. É evidente quindi che la fattoria, o l'aggregato di fattorie del IV secolo a.C., deve essersi sovrapposto, come avvenuto anche altrove, su un impianto arcaico. Dai frammenti di ceramica si può risalire, con una certa sicurezza, fino alla metà del VI secolo a.C.
ma già durante lo scavo in questo strato, nell'una e nell'altra area, sono stati recuperati frammenti di ceramica di tipo castellucciano ed due asce in pietra dura azzurrina. Si balzava così nel pieno periodo dell'inizio del bronzo.
Dopo aver descritto le caratteristiche della zona di Sofiana. la presenza di tutte le fasi di vita - dall'età del bronzo fino al tardo periodo medioevale - non può farci alcuna meraviglia: una zona così ricca d'acqua e di terra fertile non poteva essere abbandonata che molto difficilmente.

La basilica

Come è stato chiarito in precedenza, questa sorge su una collinetta all'estremo limite sud-occidentale dell'abitato. All'inizio, su tutta l'area del poggetto non si vedeva altro che un ammasso di rovi e pietrame mischiato con svariatissimi tipi di coppi di copertura, dai più recenti - molto friabili - fino ai coppi ben impastati e più robusti del IV-V secolo d.C. Durante i lavori di scavo non mancarono diversi frammenti di lastre di marmo e una base di capitello pure in marmo bianco. Molti elementi delle strutture del monumento erano però visibilmente riutilizzati, specialmente la grande quantità di coppi nelle strutture delle due navate laterali.
Come risulta chiaro dalla foto aerea e dalla pianta la forma della basilica è piuttosto irregolare, come irregolari sono le strutture delle pareti. Mentre l'abside e la prima parte della navata centrale, per una lunghezza di 2 m., presentano una struttura abbastanza robusta e ben legata da malta e calce, il resto di questa navata consiste in muri dello stesso spessore ma collegati con argilla. Le due navate laterali, oltre ad uno spessore minimo dei muri ed un più largo uso di coppi di copertura, spezzati o qualche volta interi, presentano ovunque l'argilla al posto della malta. Anche a prima vista appare evidente, inoltre, che il protyron è stato aggiunto in un secondo tempo, posteriore alla costruzione di tutto l'impianto della basilica.
Ma anche l'impianto della basilica risulta nettamente differente da un punto all'altro. Come è stato riferito, soltanto l’abside e una parte dei muri della navata centrale sono costruiti con malta e calce, per il resto essendo costantemente usata l’argilla. Oltre al diverso tracciato della navata settentrionale vi è anche un andamento del tutto diverso del muro perimetrale della navata meridionale. Questo, per un primo tratto, corrispondente alla lunghezza di una cripta esistente sulla parte occidentale della navata, appare più sottile, con la facciata interna leggermente spostata a Sud. Anche i raccordi delle navate laterali a quella centrale denunciano infine il carattere di aggiunta di queste ad una struttura già esistente. L’insieme quindi si presenta sotto forma di una serie di aggiunte al nucleo principale formato dall’abside e dai bracci, per due metri di lunghezza, della navata centrale; il resto dei muri della navata centrale può essere considerato aggiunto in un secondo tempo. È assodato invece che la grande cripta della navata di destra deve essere considerata contemporanea al nascere della navata centrale ed anteriore alla citata navata meridionale. Ciò risulta chiaro dallo spostamento di linea del muro perimetrale di questa navata sulla linea della cripta e dalla sistemazione della fondazione del muro frontale di que-sta stessa navata sulle strutture della cripta. Allo stesso periodo, posteriore quindi alla navata centrale, ma contemporanea a quella meridionale, appartiene invece la navata settentrionale, con il suo andamento sbilenco nell’economia dell’edificio. Il protyron infine può essere considerato, proprio per la sua struttura, quale un’ultima fase della basilica. Restano ancora da essere chiariti, con futuri scavi, il pronaos e il naos ; allo stato attuale esso appare come un rifacimento tardo, formato da una serie di blocchetti inzeppati da coppi della più tarda fase conosciuta della zona di Sofiana, delimitando il narthex.
La presenza della cripta nell’angolo sud-ovest della navata di destra e di un’altra grande tomba nella stessa navata, sono documenti che ci aiutano a chiarire il problema cronologico in senso largo. Mentre le strutture della cripta sono molto solide e ben collegate da una forte malta usata anche tra i lastroni di copertura, la struttura della grande tomba è caratterizzata da un’enorme quantità di coppi abbastanza tardi e da una malta molto friabile, del tutto diversa da quella usata nella cripta. Anche per il materiale rinvenuto nella cripta - tutti vasi senza invetriatura - si può dire che si è in una fase che oscilla tra il V e il VI secolo, mentre un grande frammento di vaso invetriato, rinvenuto nella tomba n. 42 della stessa navata di destra accomuna l’epoca in cui sorsero la tomba e la cripta. Tale materiale fittile della cripta e della tomba della navata di sinistra rimonta, per analogia con vasi rinvenuti assieme a monete di Giustino, al V-VI secolo, mentre il vaso invetriato della tomba della navata di destra e la presenza di qualche moneta angioina ci riportano fino al XIV secolo.
Ma una più sicura datazione degli inizi della basilica si può desumere invece dal materiale rinvenuto nel sepolcreto che si spinse, di preferenza, alle spalle dell’abside. Il rinvenimento nella sepoltura n. 12 di una collana di perle vitree e di elementi d’ambra, con in mezzo una moneta di Costantino, rappresenta un documento che riporta il nucleo basilicale al IV secolo. La struttura dell’abside e dei due avambracci della navata centrale richiamano infatti le strutture contemporanee degli ambienti XI-XII del complesso termale, mentre la foggia della sep. n. 12 si identifica facilmente con le sepolture di questo periodo della necropoli orientale. Si può quindi affermare che l’esistenza della basilica resta documentata dal IV fino al XIV secolo, e a questo lungo periodo di tempo corrisponde anche la svariata serie di coppi rinvenuti durante lo scavo oppure riutilizzati nelle strutture. Alla fine dello scavo la basilica si presenta con le seguenti dimensioni: m. 20 x circa 16, mentre il protyron presenta le dimensioni di m. 2,50 x 6.

Dinu Adamesteanu